giovedì , 22 febbraio 2018
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Mosca: “Italia euroscettica? Impari a sfruttare le opportunità europee”

L’On. Alessia Mosca è parlamentare italiana dal 2008, eletta tra le fila del Partito Democratico. E’ stata segretaria della Commissione lavoro dal 2008 al 2013 e capogruppo Commissione politiche europee. Ha insegnato, come docente a contratto, all’Università Cattolica di Milano. E’ candidata al Parlamento Europeo per le elezioni 2014.

On. Mosca, il suo ebook “L’Unione in pratica”, parla delle opportunità sprecate dall’Italia nella fruizione dei fondi europei. Ci spiega meglio qual è l’intento?

Il testo è nato da una serie di incontri fatti durante gli ultimi anni, che mi hanno confermato l’esistenza di un problema di comunicazione tra l’Unione Europea e i suoi cittadini. Le istituzioni comunitarie, allo stato attuale, hanno molti difetti su cui è necessario agire, ma offrono anche moltissimi vantaggi (fondi, corsi, finanziamento di progetti, possibilità di circolazione delle idee e delle persone…) di cui in pochissimi sono a conoscenza e che quindi vengono utilizzati molto al di sotto delle reali possibilità. Di libri sull’Europa ne esistono moltissimi però spesso sono rivolti agli “addetti ai lavori”. Questo libro è scritto per parlare a tutti: dagli studenti agli imprenditori, dalle mamme in cerca di lavoro a chi lavora nel settore della cultura o nel settore agricolo. Per tutti questi esponenti del nostro Paese l’Unione europea ha fatto qualcosa, ma in quanti ne sono realmente a conoscenza?

Lei parla di uno spreco di risorse, o meglio, di fondi non utilizzati tanto da cittadini quanto da amministrazioni pubbliche. A quale tipo di fondi europei possono accedere i cittadini italiani? Si tratta solo di fondi per le imprese?

E’ l’esempio più evidente della mancanza di comunicazione di cui si parlava prima. Possono accedere ai finanziamenti europei i giovani (Erasmus +, Garanzia Giovani), i ricercatori (Horizon 2020), gli operatori della cultura (Europa Creativa), agricoltori, i Comuni, le Regioni… le possibilità sono tante anche se, mi rendo conto, non facilissime da trovare. Consiglio a tutti di visitare il sito dell’Unione in cui sono elencati i programmi finanziati in bilancio per il settennato 2014-2020.

Per quanto riguarda le amministrazioni pubbliche, a cominciare dallo Stato, qual è l’entità delle risorse che non abbiamo utilizzato e per cosa le avremmo potute utilizzare?

Nell’ultimo ciclo di bilancio l’Italia ha speso solo il 52,7 % delle risorse stanziate. Un risultato, peraltro, fortemente condizionato dall’ottimo lavoro fatto dagli ex ministri Barca e Trigilia. A fine 2012 la percentuale era ferma al 37 per cento. Questo significa che ben oltre il 45% dei fondi UE non sono stati utilizzati e, se pensiamo allo stato di difficoltà economica in cui versa in questo momento l’Italia, ci rendiamo conto di cosa abbiamo sprecato.

Com’è possibile riparare agli errori del passato in materia di accesso e fruizione dei fondi europei? Come si sta impegnando il governo in tal senso?

Come primo punto le delegazioni italiane presso l’UE devono impegnarsi per fornire il maggior numero di informazioni al territorio. E’ importante creare un flusso di informazioni continuo che permetta i essere sempre informati sulle innumerevoli possibilità offerte dall’Unione. Inoltre non solo spendere di più ma spendere meglio. Un lavoro già avviato con la creazione dell’Agenzia per la Coesione territoriale, che il Governo Renzi ha già dichiarato di voler portare avanti con determinazione.

Una maggiore conoscenza delle possibilità e risorse offerte dall’UE probabilmente avrebbe potuto attutire gli effetti anti-europeisti che oggi dilagano. Non crede però che ci sia molto da lavorare anche dal punto di vista politico? Finora cosa ha fatto l’UE per conquistare menti e cuori dei cittadini europei?

Non è cosa semplice “conquistare menti e cuori”. Tuttavia, credo proprio sia il passo mancante. La storia dell’Unione Europea è profondamente “romantica”, a cominciare del sogno di Altiero Spinelli per finire con le vite di ognuno di noi, che oggi abbiamo infinite possibilità in più di viaggiare, conoscere, mantenere relazioni importanti con persone che si sono trasferite in un altro Paese europeo. Non c’era bisogno di inventare niente, insomma, era già tutto lì, a disposizione. Era sufficiente mettere insieme i pezzi e saperli raccontare in maniera adeguata. Penso che sia mancato questo, alle istituzioni comunitarie: una narrazione. Non è facile, perché parliamo di 28 Stati con 28 storie e culture spesso molto diverse tra loro e purtroppo è molto più semplice esaltare le differenze che non elogiare le similitudini. Tuttavia, andava fatto e spero vivamente che, ora che si è compreso lo sbaglio, si farà.

Italia: da una parte i giovani della “generazione Erasmus o Ryanair” che apprezzano di più l’idea di una federazione europea, dall’altra i padri che invece urlano la loro contrarietà all’Europa. Cosa ha generato secondo lei questa divisione e come potrebbe essere ricucito questo strappo?

Non credo che la divisione sia generazionale, quanto, invece, tra chi ha fiducia e chi sente di essere stato profondamente tradito o lasciato solo. L’Europa e l’Euro sono velocemente diventati la causa di ogni male perché a molti ha fatto comodo cercare di diffondere questa interpretazione. Ma i dati che mostrano una crescita del Pil italiano del 4 per cento nel decennio 2001-2010, quando gli altri maggiori Stati Europei registravano dati a doppia cifra, testimoniano che siamo stati noi la prima causa della nostra malattia, mentre ora cerchiamo di incolpare il dottore che ci ha fatto la diagnosi e prescritto la cura. Penso, insomma, che se è vero che l’Unione Europea ha le sue mancanze, non possiamo nasconderci dietro un dito e non vedere che anche l’Italia ne ha e ne ha avute parecchie. L’incapacità di spendere i fondi europei (una follia, per un Paese in crisi come è stato il nostro) è forse il più macroscopico degli esempi, ma purtroppo non l’unico. Chiediamo un’Europa a misura d’Italia ma per poterla utilizzare al meglio dobbiamo concentrare i nostri sforzi nel realizzare un’Italia a misura d’Europa.

Il prossimo Parlamento Europeo conterà probabilmente il maggior numero di deputati euroscettici a partire dal 1979. Non crede che questa “scossa” possa comunque fare bene all’Europa?

La parola “crisi” ha un significato più ampio di quello da noi utilizzato e individua un momento di scelta, di cambiamento e dunque, anche di riflessione. Penso che una riflessione su cosa sia l’Unione europea ma soprattutto “cosa vuole fare da grande” sia utilissima e aiuti a prendere le decisioni migliori. La condizione è che questo “scossone” sia costruttivo: candidarsi alle elezioni europee per distruggere l’Europa mi sembra a dir poco un controsenso. Per noi non può essere in discussione la sua esistenza e la nostra partecipazione a essa.

Oggi ciò che più si critica all’UE è la poca solidarietà, soprattutto verso i Paesi del sud. A suo avviso, come dovrebbe cambiare l’Europa nei confronti degli Stati Membri e come dovrebbero cambiare questi, Italia in primis, nei confronti dell’Europa?

Per spiegare come dovrebbero cambiare i rapporti tra Unione Europea e Italia… ho scritto un libro! Le cose da fare sarebbero tantissime, semplificabili in due punti: l’Unione deve imparare a comunicare meglio se stessa, per dimostrare che non è – per l’appunto – una burocrazia dei banchieri ma un’opportunità per i suoi cittadini; l’Italia, da parte sua, deve strutturarsi per poter utilizzare al meglio le possibilità offerte dall’Europa, a cominciare dai fondi! 

Come vede l’Europa da qui al 2025?

Recentemente ho pubblicato un video che avevo prodotto nel 2006. Vi sono illustrate tre prospettive per l’Europa del 2020: terra di conquista dei Paesi emergenti, “guscio” vuoto senza alcuna sostanza reale o “sinfonia” di Stati che, armonizzandosi, riescono a parlare sullo scenario internazionale con una voce sola. So per certo che io darò tutto il mio contributo per far sì che la realtà coincida con questo terzo scenario: la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa.

 Photo © Alessia Mosca, www.flickr.com

L' Autore - Aldo Carone

Laureato con lode presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha condotto la propria tesi di laurea utilizzando un approccio multidisciplinare utile a descrivere da diverse prospettive le politiche di sicurezza e difesa dell'Unione Europea. Ha frequentato corsi presso la London School of Economics and Political Science, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI). Attualmente è iscritto al corso magistrale di Relazioni Internazionali - curriculum di Strategia e Conflitti Internazionali – presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Per Europae si occupa di tematiche relative alle politiche europee di sicurezza e difesa, di relazioni UE-USA e di conflitti internazionali.

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