mercoledì , 15 agosto 2018
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© Palazzo Chigi - Flickr 2015

Piantini, sherpa di Renzi per l’Ue: «Europa non si divida ora»

Europae ha intervistato la scorsa settimana Marco Piantini, funzionario dell’Unione e consigliere di Matteo Renzi sulle questioni europee. L’intervista doveva concentrarsi sulla proposta di riforma del governo italiano, e sul rapporto tra Roma e Bruxelles. Dopo gli attentati di Parigi di venerdì scorso però, ci è sembrato opportuno iniziare chiedendo cosa deve fare l’Europa per rispondere al terrorismo.

Il presidente Hollande ha giustamente detto che ci attende una “prova di unità e di sangue freddo”. E ci attende tutti, non solo la Francia. Un’unità nella lotta contro il mostro del terrorismo fondamentalista, senza rinunciare ai nostri valori, alla nostra identità. La Comunità è nata intorno al carbone e all’acciaio. Oggi forse possiamo pensare al terrorismo, alle sfide globali, come il carbone e l’acciaio del nostro tempo. Intorno al ruolo globale dell’Unione Europea dobbiamo dare nuovo slancio al processo di integrazione.
Il costo politico oltre che umano della tragedia di Parigi è alto. Dobbiamo evitare che includa anche la sconfitta di chi come l’Italia ha fatto una dura battaglia politica per fare avanzare una politica europea di asilo e migrazione. Una politica che include anche la ripartizione tra gli Stati di quote di rifugiati.

L’immigrazione sarà il tema centrale dei prossimi mesi, e sarà dura difendere le conquiste ottenute. Sul fronte dell’economia, invece, il governo italiano ha pubblicato a giugno una proposta di riforma dell’area euro: quali sono i nostri obiettivi?

La stella polare era ed è trarre fino in fondo le conseguenze della crisi che ha colpito l’economia globale dal 2007 e che ha accresciuto le divergenze in Europa, mettendone a rischio la coesione Divergenze di tipo sociale, politico, economico, generazionale anche all’ interno dei singoli Stati della UE, che hanno creato ferite. La crisi ci ha consegnato un senso di urgenza. L’urgenza di completare gli strumenti di governo dell’euro per sanare queste ferite, per salvaguardare la coesione superando le divergenze, per prevenire crisi future.  A proposito, hai detto bene – pubblicare. Siamo stati i primi a pubblicare il nostro contributo. Gli altri hanno seguito.

Una delle idee italiane è la creazione di un fondo comune per gli investimenti. Il Piano Juncker non è bastato? Se riuscissimo a ottenere un fondo europeo, quale sarebbero nostre priorità?

Il piano Juncker deve ancora dispiegare il proprio potenziale, così come la flessibilità nei criteri di valutazione della disciplina di bilancio. La sfida è proseguire un processo di cambiamento a livello europeo. C’è bisogno di maggiori investimenti per la crescita. Vorrei dire però che occorre riprendere una riflessione sul modello di sviluppo che l’Unione intende promuovere. Non può essere quello di un continente indebitato e in via di invecchiamento demografico; non può neanche essere quello di un sistema che vive principalmente di export e di esercizi ragionieristici sul piano interno. Mantenere e accrescere l’apertura economica al mondo e allo stesso tempo salvaguardare un sistema di diritti come abbiamo in Europa. A me pare una bella sfida. Uno spazio grande per chi nonostante tutto si appassiona di politica. D’altra parte è principalmente a livello sovranazionale che la politica può incidere, no?

Quali sono stati finora gli ostacoli più difficili da affrontare in Consiglio, quando si discute di questa riforma?

Credo che il problema principale sia il trauma del fallimento del progetto costituzionale, che poi con il trattato di Lisbona è stato sostanzialmente recuperato, ma dopo aver perduto del tempo prezioso. La parola “big reform” è un fantasma che si aggira e fa paura. A parte questo il contesto politico in molti Stati membri non aiuta. Siamo a un paradosso, come ricordava l’ex ministro portoghese Miguel Maduro con cui ho discusso a un seminario a Firenze pochi giorni fa. Noi europei siamo un po’ come una coppia che va a un ristorante, si lamenta di ogni portata perché il cibo non è buono ed è cucinato peggio che a casa propria – e alla fine si lamenta anche perché le porzioni sono piccole. Ci lamentiamo dell’Europa per come agisce e poi ci diciamo che comunque c’è poca Europa per rispondere alle sfide globali. Un paradosso. Difficile inoltre fare passare l’idea che il federalismo non è mai stato accentratore, non ha mai invocato una concentrazione di competenze a livello federale. Altro che super stato europeo. Penso che oggi il riformismo europeo non deve smarrire quella impostazione e lavorare a una unione delle politiche, con istituzioni tanto forti e inclusive quanto poco intrusive e attente a evitare un eccesso di regolamentazione.

Area euro più integrata, ma controllo democratico affidato al Parlamento dell’Unione. Perché secondo lei non può essere altrimenti?

Bisogna evitare un sistema di matrioske parlamentari. Occorre molta attenzione. Il fatto che il Parlamento europeo co-decida su quasi tutti gli aspetti della legislazione comunitaria e’ una grande conquista. E mica è cascata dal cielo. Ci sono voluti anni. Occorre ora espanderne il ruolo anche e soprattutto in quegli ambiti che più caratterizzano la dimensione politica di un’Unione di Stati e di popoli – dall’economia alla politica estera. È sacrosanto al contempo rafforzare le prerogative dei parlamenti nazionali negli ambiti di loro competenza. Ma un ibrido parlamento europeo-parlamenti nazionali, no. Sarebbe un passo indietro.

Il Presidente del Consiglio, ha scritto di recente La Stampa, ha bisogno di avere sempre un nemico, e talvolta quel nemico è l’Europa, come nelle recenti dichiarazioni sulla manovra finanziaria italiana “Se Bruxelles dovesse bocciarla, la ripresenteremmo tale e quale”. Una dichiarazione così forte aiuta o complica il suo lavoro? Qual è oggi la percezione dell’Italia a livello europeo?

La percezione di un Paese che sta vivendo una svolta in un lungo percorso di stabilizzazione, credo. Abbiamo avuto per così dire la stabilità instabile della prima repubblica, con governi mutevoli ma maggioranze intorno a un unico partito; e poi l’instabilità stabile degli avvii della seconda repubblica, con alternanze al governo in un contesto bipolare che però difficilmente compievano un ciclo elettorale. La sensazione (più di una speranza) che il sistema politico stia trovando un suo baricentro insieme a un forte rinnovamento e a un ritmo serrato di riforme la condividono tanti amici e colleghi europei, e non solo europei. Credo infine che nessuno concepisca in termini di “nemico” il rapporto con Bruxelles, e viceversa. Ci mancherebbe.

Nei giorni più drammatici della crisi greca, subito dopo il referendum, l’impressione è stata che l’Italia, pur esprimendosi a favore della Grecia nell’euro, abbia scelto un ruolo di secondo piano, lasciando alla Francia e alla Germania quello di protagoniste. É stato davvero così, è stata una scelta consapevole?

L’Italia ha lavorato molto tenacemente per salvaguardare la solidità e l’integrità dell’Eurozona. Non ha ricercato protagonismi. Gli è stato riconosciuto un ruolo costruttivo, di serietà e credibilità.

I giornali parlano di una rinnovata collaborazione tra Merkel e Hollande, lasciando intendere che l’Europa ha bisogno del tradizionale motore franco-tedesco per andare avanti. Il ministro Gentiloni, di recente, ha invece parlato di Europa a 6, riferendosi ai Paesi fondatori. Che modello di governance si immagina oggi l’Italia?

Non credo ci siano modelli prestabiliti. C’è l’esigenza di completare l’Unione bancaria, di lavorare a una rappresentanza unitaria della zona euro negli organismi finanziari internazionali, di dotarci di strumenti di
bilancio utili a prevenire le crisi e contrastare cicli economici negativi. È una agenda impegnativa, ma vale la pena impegnarsi per realizzarla se non vogliamo sprecare l’orizzonte temporale di questa legislatura europea per costruire aspetti essenziali della Unione politica. Quello deve restare l’orizzonte, non un appesantimento ulteriore delle procedure di sorveglianza macroeconomica.

Come sapete recentemente i Ministri Gentiloni e Padoan hanno specificato i termini di due iniziative politiche. La prima, appunto, riunire i ministri degli Esteri dei sei fondatori, nei prossimi mesi, per una riflessione nella prospettiva del cinquantesimo anniversario del Trattato di Roma. La seconda, per rilanciare l’elaborazione di uno schema europeo contro la disoccupazione temporanea. Due iniziative che si muovono tra tante difficoltà ma che dicono una cosa semplice: l’Italia dice la sua e apre un confronto nel senso del rilancio del processo di integrazione e delle politiche europee. In questi giorni inoltre iniziamo a preparare la discussione che ci sarà al Consiglio europeo di dicembre sulla cosiddetta Brexit. Forse sarebbe il caso di rovesciare i termini, Brexin. Al di là dell’appuntamento di dicembre dobbiamo prepararci a una discussione impegnativa. Niente è scontato. Anche qui, torno a quanto dicevo all’inizio. Il carbone e l’acciaio del nostro tempo. Possiamo viaggiare a velocità diverse, ma nella stessa direzione. Non possiamo, non dobbiamo dividerci.

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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