mercoledì , 15 agosto 2018
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Privatizzazioni a singhiozzo, banche e altri miti italiani. Dialogo con Carlo Stagnaro

Una rapida rassegna sui temi economici più caldi che legano l’Italia all’Europa. Dalle privatizzazioni annunciate alla situazione delle banche italiane, passando per il sempre difficile rapporto con la Germania. Questo in sintesi l’incontro di Europae con Carlo Stagnaro, direttore dell’Istituto Bruno Leoni, avvenuto a margine dell’evento “Prima l’Italia” organizzato da Muoviti per la Novità a Torino lo scorso 31 novembre. 

Le ultime riunioni dell’Eurogruppo hanno apprezzato in maniera particolare i programmi di privatizzazioni presentati dal Ministro Saccomani. Si è parlato di una cifra di circa 12 miliardi di euro. Si tratta di cifre realistiche e di un piano realizzabile e, nel caso, efficace ?

«Premesso che parlare di privatizzazioni di aziende sinora rimaste al di fuori del mercato, come SACE, lascia sempre qualche incertezza, l’idea di fondo mi pare positiva in linea di principio: desta invece perplessità il fatto che non si sia affrontata con più coraggio la situazione delle aziende già quotate e partecipate dallo Stato, come ENI, ENEL e Finmeccanica. C’è un’operazione molto pasticciata e poco comprensibile sull’ENI, che comprende un buyback delle proprie azioni. Sulle altre realtà è positiva l’idea di privatizzare, lo è di meno voler mantenere il controllo: se la privatizzazione si limita ad un saldo contabile, alla garanzia implicita di un rendimento per i prossimi dieci anni, non sarà certo un dato negativo e ne gioverà anche la quotazione in borsa, grazie anche ad una disciplina più rigorosa sui bilanci, ma non si tratta certo la grande rivoluzione annunciata a luglio da Letta e Saccomanni».

Come giudica l’operazione di rivalutazione delle quote di Bankitalia ? I titoli bancari paiono aver reagito bene…

«Chiaramente si tratta di un sussidio alle banche che storicamente detengono le quote di Bankitalia che, certo, dovranno pagare tasse sul capital gain ma, in maniera puramente figurativa, si vedranno aumentare le proprie condizioni patrimoniali, anche se in realtà in portafoglio manterranno gli stessi asset. Soprattutto, in futuro la rivalutazione delle quote si tradurrà in rivalutazione dei dividendi che, da poche decine di migliaia di euro, diventerebbero un assegno da diverse centinaia di milioni. Insomma, se proprio si doveva dare soldi, sarebbe stato meglio farlo in maniera più diretta».

Questo atteggiamento si spiega forse con il tentativo di non porre eccessiva attenzione sullo stato patrimoniale del sistema bancario italiano, messo in pericolo da una quantità significativa di asset deteriorati.

«Non solo: le banche italiane sono fortemente esposte nei confronti del debito pubblico italiano, a conseguenza di un accordo implicito tra l’Italia, banche e BCE che ha l’effetto di mettere tutte le uova nello stesso cestino, anziché di diversificare il rischio. Ci troviamo in una crisi che in buona parte si origina da investimenti bancari eccessivamente rischiosi, tradottisi in creazione di debito pubblico in Europa, eppure, a fronte di questo, noi chiediamo alle banche di introdurre una concentrazione di rischio elevata nei loro bilanci.  Si crea un legame veramente perverso tra le banche e lo Stato, perché a questo punto la sopravvivenza delle prime è legata alla sopravvivenza del secondo, e viceversa.»

C’è la possibilità, in questo senso, che la Commissione rilevi infrazioni in materia di aiuti di Stato ?

«Sulle quote di Bankitalia, a mio avviso, potrebbe essere possibile e non è scontato che la BCE rimanga in silenzio: finora ha dato un via libera formale ma dovrà comunque operare alcune osservazioni sul provvedimento prima di dare un via libera sostanziale.»

A proposito, fra poco proprio la BCE avvierà la tanto temuta Asset Quality Review prima di prendersi in carico la vigilanza delle banche europee. L’unione bancaria è a buon punto ?

«L’unione bancaria è qualcosa di complicato: sicuramente, tenuto conto del livello di coordinamento delle politiche economiche europee, si tratta di un tassello che contribuisce ad aumentare la coerenza della governance. Se questa servirà a far funzionare meglio la BCE, anziché smontarla, allora si tratterà di un costo ragionevolmente accettabile, dato che proprio la Banca Centrale sembra essere il pezzo d’Europa che funziona meglio».

Sull’unione bancaria, così come sulle altre riforme alla governance economica, la Germania ha posto dei paletti: ci sono forti interessi nazionali, le sue banche non stanno bene quanto possa sembrare. La nuova coalizione di governo porterà cambiamenti su questo ed altri dossier caldi ?

«E’ probabile che tutto rimanga come ora: la situazione delle banche tedesche è molto meno rosea di quanto piaccia ammettere ai tedeschi, ma credo che prima o poi dovranno cedere sull’unione bancaria, perché si tratta in fondo di un completamento di tutte le altre riforme a livello comunitario che hanno chiesto e sulle quali ritengo abbiano in gran parte ragione. La Germania è un Paese che sostanzialmente funziona e anche l’accordo di governo ha portato solo piccoli cambiamenti cosmetici: finché le cose funzionano, si andrà avanti inerzialmente. D’altronde si trattava dell’unico accordo possibile, dell’unico accordo utile. Certo, alcuni degli interventi, soprattutto sul mercato del lavoro, possono creare problemi alla Germania che proprio su questo aspetto ha generato la propria competitività internazionale».

E proprio dalla Germania sembra pervenire la grande minaccia dell’eccessivo surplus commerciale…

«Non credo che il surplus tedesco sia una della ragioni della crisi dei Paesi europei e questo principalmente perché i due terzi delle esportazioni sono extraeuropee. La Germania non sta invadendo con le proprie merci l’Italia o il Portogallo, ma sta esportando in Asia o negli stessi Stati Uniti. Certo, diventa un problema nel momento in cui esistono delle regole che, pur con tempi di intervento non banali, vanno rispettate e credo che la Germania abbia tutto l’interesse a rispettarle, per poter poi chiedere credibilmente agli altri Paesi di fare altrettanto con le regole di bilancio. Ho trovato abbastanza puerile la posizione di Paesi come l’Italia che hanno gridato allo scandalo, senza rendersi conto che l’applicazione rigida di questa regola avrebbe significato l’applicazione, altrettanto fiscale nei nostri confronti, di quelle su deficit e debito. Non si può chiedere la rigidità sulle regole altrui e flessibilità su quelle di nostro interesse».

Eppure in Italia è facile imbattersi in attacchi contro l’operato di Berlino. Anche Matteo Renzi non ha ceduto alla tentazione.

«Non è stato solo Renzi a parlarne, ma anche Letta e Berlusconi, quest’ultimo con toni decisamente più “vivaci”. Fa parte dei grandi miti e scorciatoie italiane, per scaricare le colpe sui tedeschi cattivi. E’ una posizione sbagliata e puerile, con un senso di puro posizionamento elettorale dei candidati: non credo che nessuno di loro avrà mai la possibilità di modificare queste regole, chiunque di loro salirà al governo».

In foto, Carlo Stagnaro al convegno “veDrò – Nuove Energie” a Genova nel 2012. (© veDro – l’Italia al futuro – 2012)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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