venerdì , 23 febbraio 2018
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Rodotà: “La solidarietà sia un valore costitutivo dell’Europa. Datagate e Siria? Serve un’UE più forte”

Professor Rodotà, lei è stato il Garante della Privacy e ha scritto diversi libri sull’evoluzione di tale concetto alla luce delle nuove tecnologie. Volevo chiederle qualche riflessione sulle rivelazioni di Edward Snowden sullo spionaggio compiuto dalla National Security Agency (NSA) a danno di cittadini, istituzioni europee ed ambasciate. Quali sono gli effetti di queste rivelazioni sul rapporto che tutti noi abbiamo verso la tecnologia?

Allora qui c’è una questione generale che è il rapporto con la tecnologia, e una questione specifica, la rivoluzione di Snowden, e l’impatto di questo tema sul rapporto tra Unione Europea e Stati Uniti. Io mi sono occupato molto di queste questioni, perché all’indomani dell’11 settembre presiedevo il gruppo dei Garanti europei e abbiamo avuto un rapporto molto conflittuale con l’amministrazione americana. Non si trattava di un rifiuto delle ragioni che gli Stati Uniti proponevano, c’era semplicemente la preoccupazione che ci fossero degli sviluppi che sono stati poi esattamente quelli che Snowden ha messo in evidenza. Io penso che l’Europa non abbia avuto una reazione adeguata. In altre situazioni, essa è stata capace di reagire. Negli ultimi anni l’attenzione su questi temi, che sono temi della libertà nel ventunesimo secolo, è stata scarsa. Prima abbiamo parlato della Germania. In questo caso, i tedeschi hanno avuto una forte capacità di reazione anche a livello di opinione pubblica – a Berlino 20.000 persone sono scese in piazza contro Prism, questo programma di controllo della NSA. Angela Merkel ha fatto le uniche dichiarazioni di un leader europeo che avessero un senso. La stessa Bundesverfassungsgericht, la Corte costituzionale tedesca, proprio in materia di protezione dei dati ha ritenuto, per esempio, che un Regolamento europeo non fosse adeguato agli standard che devono essere presi in considerazione quando sono in ballo diritti fondamentali. L’Europa è l’unica area del mondo, parliamo di 28 Paesi, dove c’è già una disciplina comune, e ha le condizioni istituzionali ed economiche per premere in questo momento per intese internazionali a largo spettro su questo tema. Senza di esse, quella tutela dei diritti fondamentali diventa difficile, perché la rete ha cancellato le barriere, tanto per noi, che quando andiamo su internet ci colleghiamo con siti che possono essere collocati nei posti più diversi del mondo, quanto per i soggetti che vogliono controllarci, e quindi raccolgono qualsiasi tipo di dati. Io ricordo benissimo, quando presiedevo i garanti europei e Microsoft voleva introdurre un software che noi ritenevamo lesivo del diritto alla riservatezza delle persone, che alla fine la spuntammo. Infatti, Microsoft non poteva disinteressarsi all’Europa e vendere i propri servizi in altri Paesi, perché oggi o queste imprese hanno una dimensione planetaria oppure non sono economicamente fattibili e tecnologicamente possibili. Allora l’UE, senza arrivare ad esercitare una sorta di ricatto, deve spendere il proprio potere negoziale, anche perché in questo momento c’è la possibilità di alleanze politiche: l’intera America Latina, per esempio, ha un orientamento che è molto più vicino alle regole europee che non alle iniziative degli Stati Uniti. Su un terreno così difficile chi ha una possibilità di muovere le cose nella direzione di regole comuni dovrebbe farlo. Lo stesso Obama ha riconosciuto che il tema della tutela della privacy richiede un approccio diverso da quello adottato finora dalla NSA. Questo è il problema del rapporto con le tecnologie più moderne, lo stesso modo in cui i grandi padroni del mondo, che possono essere Google o Facebook, organizzano i loro rapporti con i cittadini, con i loro frequentatori. Su questo tema, finora, c’è stata una debolezza dell’Europa, lo dico senza mezzi termini.

Un’altra domanda sull’attualità internazionale: la questione della Siria. La bocciatura dell’azione militare da parte del Parlamento britannico poteva offire l’occasione per fare un passo indietro e trovare una risposta europea alla crisi. Non è stato fatto, e l’iniziativa rimane saldamente in mano a Russia e Stati Uniti. Si tratta di un fallimento della politica estera europea?

La politica estera è sempre considerata un piano privilegiato dagli Stati, anche nella politica interna. Io ho fatto per molti anni il parlamentare e se c’è un ambito rispetto al quale il Governo fa pochissime concessioni al Parlamento è quello della politica estera. In questo momento c’è però la percezione che tutto questo non sia più un dato acquisito: il voto del Parlamento inglese, la scelta di Obama di chiedere, anche se per sua convenienza, un via libera parlamentare, e infine la presa di posizione del Papa, che mobilita il mondo, denunciando il vuoto di politica sulla Siria. La politica estera non può essere unicamente un giardino riservato per politiche di potenza. Però, per fare tutto questo, l’Europa avrebbe bisogno di un rafforzamento del Parlamento e di un “Ministro degli Esteri” di maggiore spessore. Non voglio essere critico nei confronti della Baronessa Ashton, ma certamente è stata fatta una scelta molto in sintonia con il fatto che l’Europa dovesse contare poco. Quindi viene a mancare sia l’autorità interna sia l’autorità internazionale, necessarie per smuovere una situazione già difficilissima. Se noi continuiamo così, a livello di politica internazionale l’Europa rimarrà il nano politico di cui si è parlato troppe volte.

Solidarietà da una parte e responsabilità dall’altra, questa è la ricetta che sembra emergere dalle istituzioni europee per uscire dalla crisi e sanare il divario che si è creato tra il Nord e il Sud dell’Europa: ma è così semplice? Il riemergere di questi pregiudizi, di questo discorso di divisione non è già un fallimento importante?

È già un fallimento. Adesso, retrospettivamente, molti riconoscono che la politica adottata nei confronti, per esempio, della Grecia, è stata più dannosa che positiva, e che un intervento più attento, non voglio dire lungimirante, avrebbe permesso di sanare la situazione con risorse molto ridotte, addirittura inferiori a quelle di salvataggi bancari che sono stati operati in taluni Stati. Ecco, qui l’Europa ha mancato anche di capacità analitica: non aveva gli strumenti per affrontare questa situazione. Io ho fatto parte della Convenzione che ha scritto la Carta dei diritti fondamentali. Siamo stati capaci, e non fu facile, di introdurre due parole come teste di capitoli, “Uguaglianza” e “Solidarietà”, che non erano parte dei valori riconosciuti dai vecchi trattati. Soprattutto la parola “Solidarietà” metteva in qualche imbarazzo. Quando rivendico la necessità di non amputare l’Europa di questo pezzo costituzionale importante, lo faccio per avere la possibilità di guardare i problemi europei in modo più ricco, anche per la stessa dimensione economica: se si fosse chiarito subito con quali costi la questione greca dovesse essere affrontata, tenendo presente gli obiettivi di solidarietà, forse non saremmo arrivati alla situazione attuale. Poi vi sono stati anche gli egoismi, perché in molti casi, e il caso italiano certamente è esemplare, decisioni difficili da prendere per un governo nazionale vengono travestite da “ce lo chiede l’Europa“, quando magari sono gli stessi governi che chiedono all’Europa di intervenire, per poter poi dire: “non è responsabilità nostra”. Mi pare che questo gioco di de-responsabilizzazione sia veramente pericoloso per l’Europa.

Contrariamente alle aspettative che avevo prima dell’incontro, le mie domande si esauriscono prima della pazienza di Stefano Rodotà. L’uomo che fino a qualche mese fa avrebbe potuto essere Presidente della Repubblica, dopo i ringraziamenti reciproci, si incammina a piedi, da solo, verso il centro della città, mentre si leva una leggera brezza che sparpaglia le prime foglie cadute dagli alberi, a ricordarci il cambio di stagione ormai in corso.

L' Autore - Shannon Little

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2 comments

  1. Noto che avete cancellato tutti i commenti, inclusi i miei…
    Posso dedurre che davanti a scomode verità, preferite comodi slogan…
    Bella democrazia da parte vostra…
    L’Europa neo liberista vi ringrazierà sicuramente…

    • Simone Belladonna

      Caro Jean Sebastien,

      Non abbiamo cancellato nulla, questo è semplicemente un altro articolo. Nella fattispecie, un secondo estratto dell’intervista a Stefano Rodotà. Tutti i commenti a cui ti riferisci, compresi i tuoi, li puoi trovare qui: http://www.rivistaeuropae.eu/editoriali/rodota-no-al-referendum-sulleuro-litalia-creda-nellue/

      La politica di “Europae-Rivista di Affari Europei” è contraria ad ogni censura (nei limiti del rispetto reciproco) e anzi incoraggia i lettori a fornire la loro opinione in merito ai temi di cui si occupa quotidianamente.
      Dunque “l’Europa neo-liberista” non ci deve ringraziare di nulla e la “democrazia” è salva.

      Nel ringraziarti della tua attenzione porgo cordiali saluti,

      Simone

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