mercoledì , 21 febbraio 2018
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Nell'immagine, Lorenzo Trombetta, qui con Eva Ziedan (Photo @ Internaz, 2014, www.flickr.com)

Trombetta: “In Siria l’Occidente paga la sua assenza”

Lorenzo Trombetta è corrispondente ANSA dal Medio Oriente (Beirut), corrispondente Limes per Siria e Libano, studioso di Siria contemporanea, autore di “Siria” per Mondadori Università (2014). E proprio di Siria ha parlato con Europae, una crisi tornata alla ribalta a causa delle paure per lo Stato Islamico .

1. Dott. Trombetta, qual è la situazione attuale in Siria? Come si è arrivati alla radicalizzazione della rivolta?

La radicalizzazione della rivolta non è certo avvenuta all’improvviso, la situazione si è inasprita nell’arco di due/tre anni a partire dal 2011. I fattori sono stati diversi e ora forse se ne parla di più in quanto è venuta a manifestarsi la questione dello Stato Islamico, che agli occhi occidentali è “la minaccia” per eccellenza. Per i siriani, tuttavia, questa minaccia è tale già da un anno e mezzo. La prima causa della radicalizzazione è di natura interna, legata soprattutto alle aree rurali ed economicamente depresse. In un contesto di frammentazione ed incertezza per il futuro è stato più semplice per l’Islam radicale trovare nuovi adepti che in esso hanno visto l’unica risposta per poter sopravvivere. C’è anche da dire che in Siria la violenza è stata posta in atto sistematicamente almeno nell’ultimo mezzo secolo, anche prima dell’avvento degli Assad, e dunque il terreno è stato alquanto fertile per coloro che volevano contrapporre una nuova forza a quella della repressione.

2. Quali sono state le responsabilità dell’Europa e degli Stati Uniti nella crisi siriana?

All’Occidente va imputata soprattutto l’assenza a livello politico, diplomatico, economico e anche militare. Le democrazie liberali occidentali, seppure imperfette, hanno nelle proprie carte costituzionali una serie di valori lontani da quelli del radicalismo jihadista, i principi di autodeterminazione, pari opportunità, giustizia sociale e il principio di cittadinanza. Valori che, almeno moralmente, avrebbero dovuto imporre all’Occidente di non abbandonare i siriani che hanno deciso di incamminarsi su una strada diversa da quella del radicalismo o del sostegno al regime di Assad. Oggi credo che sia troppo tardi affinché l’Occidente possa agire e rideterminare gli equilibri in Siria. Quella sezione di siriani col passare del tempo ha perso il proprio peso specifico e non ha più una presenza credibile sul terreno. È quindi inverosimile che possa tornare ad affermarsi sul campo.

3. E i Paesi del Golfo? Come hanno sostenuto le fazioni dell’Islamismo radicale?

Se da un lato l’Occidente ha lasciato al proprio destino questa fetta di popolo siriano, dall’altra i Paesi del Golfo hanno invece foraggiato a livello politico, finanziario e militare e fazioni che si rifanno all’Islam wahhabita. Quando si parla delle responsabilità dell’Arabia Saudita o degli Emirati, va però sottolineato che non sono solo i governi ad offrire sostegno ad alcune fazioni, ma anche forze private come gli Imam che, con o senza il sostegno delle istituzioni locali, decidono di finanziare determinati gruppi jihadisti. Vi è inoltre una rete di sostegno informale legata alla diaspora siriana in questi Paesi. L’immigrazione siriana nel Golfo è un fenomeno di certo non recente ed è imputabile in larga parte agli ultimi due decenni di politica economica del regime degli Assad. La diaspora ha attivato la raccolta di ulteriori fondi da inviare in Siria a sostegno di chi sta combattendo il regime sul terreno.

4. L’Iran, Hezbollah e la Russia che ruolo hanno avuto e stanno avendo?

In genere in Italia e in Europa molti analisti si orientano attraverso la bussola dell’antiamericanismo, dimenticando però che è in atto un tentativo espansionista tanto dell’Iran, quanto della Russia. Senza esprimere un giudizio di valore su quale imperialismo sia meglio tra quello americano o questi due, occorre precisare che il regime degli Assad esce rafforzato dalla crisi proprio grazie al sostegno di Iran e Russia. In particolare l’Iran, anche attraverso Hezbollah, negli ultimi dieci anni ha rafforzato la propria presenza in Siria soprattutto a livello culturale, esasperando le realtà depresse di cui si parlava prima e che hanno così sviluppato un sentimento anti-iraniano, spesso sfociato in una più generale avversione anti-sciita.

5. A quale soluzione ambisce invece la maggioranza dei siriani che non rientra in nessuno degli schieramenti, il settore civile non coinvolto direttamente negli scontri?

Quest’ampia fetta si siriani punta a salvare il salvabile attraverso il sostegno alla cittadinanza aldilà delle linee di divisione. Agisce tramite vari progetti di sviluppo o sostegno alle comunità locali. Punta a una sorta di compromesso nella consapevolezza che nel breve e medio termine il regime non può essere sconfitto. Cerca quindi di arrivare ad una serie di tregue locali al fine di agire sul tessuto sociale e di conciliare le diverse fazioni puntando sulle loro esigenze primarie (mancanza di acqua, scambio di prigionieri) per ricostruire una forma di quotidianità da estendere sul lungo periodo.

6. Qual è, infine, il ruolo di Israele nella crisi?

Israele è prima di tutto attento a che i propri interessi non vengano disturbati. A differenza di altre crisi si è esposto solo marginalmente e si è tenuto equidistante da Assad e i suoi nemici. L’impressione è che Tel Aviv non stia perseguendo una “strategia del caos”, bensì l’opposto. Israele punta sostanzialmente allo status quo ben sapendo che, se questo venisse sovvertito, si rimetterebbe in discussione la stessa legittimità di uno Stato ebraico in Medio Oriente.

L' Autore - Aldo Carone

Laureato con lode presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha condotto la propria tesi di laurea utilizzando un approccio multidisciplinare utile a descrivere da diverse prospettive le politiche di sicurezza e difesa dell'Unione Europea. Ha frequentato corsi presso la London School of Economics and Political Science, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI). Attualmente è iscritto al corso magistrale di Relazioni Internazionali - curriculum di Strategia e Conflitti Internazionali – presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Per Europae si occupa di tematiche relative alle politiche europee di sicurezza e difesa, di relazioni UE-USA e di conflitti internazionali.

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