Juncker
Jean Claude Juncker © European Commission, 2015

Perché Renzi non è il primo problema di Juncker

Il rapporto tra Commissione Europea e governo italiano si è fatto, negli ultimi mesi, progressivamente più difficile. Le tensioni sono iniziate su questioni molto concrete: il processo di risoluzione avviato per Banca Tercas, che secondo Bruxelles viola le regole europee sugli aiuti di Stato, una controversia simile sugli 800 milioni di euro accordati dal governo italiano all’Ilva e già inseriti nella manovra del 2016, e infine l’indagine aperta sulla gestione italiana dell’accoglienza ai migranti, con accuse da parte della Commissione di aver registrato meno migranti di quanti effettivamente sbarcavano in Italia.

Il tutto si inserisce poi nella più generale diatriba sulla nuova legge di stabilità italiana, su cui la Commissione deciderà nei prossimi mesi. E se Roma, sia attraverso il Ministro Padoan sia per bocca di Renzi stesso, ha più volte fatto trapelare di ritenere la manovra perfettamente in linea con la flessibilità europea – ovvero, un’applicazione meno rigida delle regole di Maastricht, a discrezione della Commissione e in cambio di riforme economiche – da Bruxelles sono arrivate voci diverse, fino all’ultimo intervento del Commissario Moscovici, che ha espressamente criticato l’Italia per aver fatto poco sul fronte riforme.

Lo scontro fra Commissione Juncker e governo

La battaglia è aperta:  a dicembre il Corriere della Sera ha anticipato l’intenzione di Renzi di mandare Stefano Sannino, ambasciatore presso l’UE, a Madrid, e di chiamare per Bruxelles l’Ambasciatore italiano in Russia, Cesare Maria Ragaglini, ritenuto di posizioni più dure rispetto all’europeista Sannino voluto da Enrico Letta. Botta e subito risposta, a gennaio l’unico membro italiano del gabinetto Juncker, Carlo Zadra, ha dato le sue dimissioni dopo un contrasto con il capo di gabinetto Martin Selmayr. Immediata la replica di Gozi, che aveva definito inaccettabile l’esclusione dell’unico italiano; e altrettanto immediata è stata la risposta della Commissione, che ha fatto sapere di selezionare i membri di gabinetto sulla base del merito e non della nazionalità – senza però fornire risposte sul perché Zadra avesse perso i suoi requisiti meritori.

Infine, la prima rottura della tensione è arrivata da Juncker, che la settimana scorsa ha parlato in maniera chiara dei contrasti con il governo italiano, dicendo di averne avuto abbastanza e rivendicando per sé l’introduzione della flessibilità a livello europeo, contrariamente a quanto detto da Renzi al termine del semestre di presidenza italiana. Il lussemburghese ha fatto sapere che sarà a Roma a febbraio, in un viaggio che potrebbe servire a chiarire le divergenze.

La battaglia politica di Renzi

È chiaro però che quella di Renzi è prima di tutto una battaglia politica, che ha un doppio fine: da un lato, serve a mostrare all’opinione pubblica italiana che il governo non è suddito di Bruxelles, ma che anzi ha una propria agenda politica, lasciando però al tempo stesso intendere che se questa agenda non procede come dovrebbe, la colpa è anche dell’Europa; dall’altro, mandare il segnale a Berlino e Bruxelles che l’Italia non è più disposta ad accettare la centralità tedesca nei processi decisionali europei, e che le cose devono cambiare se non si vuole trasformare un grande Paese, da sempre sostenitore del processo di integrazione, in un altro anello debole – in termini di scontento – della già debolissima unione.

Cosa dovrebbe fare Juncker quindi? Accelerare sull’unione bancaria, che prevede un meccanismo unico di risoluzione osteggiato dai tedeschi, e mostrarsi o inflessibile con tutti, ovvero pure coi tedeschi (vedi capitoli energia, riforma del sistema bancario, disavanzo della bilancia commerciale) oppure disposto a chiudere un occhio in più, forse entrambi, con Paesi come l’Italia.

L’Italia non è un problema

Il lussemburghese sembra davvero infastidito dall’atteggiamento di Roma che, giusto o sbagliato che sia, è perlomeno inedito. Ma forse la disputa politica con l’Italia è uno dei dossier più semplici sul suo tavolo. L’Unione esce da un 2015 difficile ed è entrata male nel 2016. Divisa su temi fondamentali come la governance economica e i migranti, preoccupata dal referendum nel Regno Unito, impotente di fronte alle sfide di politica estera del Mediterraneo, stupita dall’involuzione dello Stato di diritto in Polonia e Bulgaria.

No, il principale problema di Juncker non è Palazzo Chigi: Matteo Renzi viene, tra le minacce all’Europa, ben dopo il Medio Oriente, la pressione migratoria ai confini, le continue restrizioni imposte dagli stati membri all’area Shengen, il rischio terrorismo, il Presidente polacco Duda, le richieste di Cameron, i risultati elettorali in Portogallo e in Spagna. Discutere con gli italiani dovrebbe essere l’ultimo pensiero di Juncker, e viceversa.

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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