domenica , 18 febbraio 2018
18comix
Brexit
L'incontro fra Cameron e Tusk il 4 febbraio scorso © Council of the European Union, 2016

Brexit, si tenta di evitare l’addio di Londra

Si avvicina il referendum per la permanenza del Regno Unito nell’UE. Le trattative fra il premier David Cameron e il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk hanno prodotto una bozza di piano offerta ai governi nazionali e al Parlamento Europeo. Il Consiglio Europeo del 18 e 19 febbraio vedrà Tusk tentare di convincere i propri colleghi ad accettare un piano che, almeno simbolicamente, libera Londra da alcuni degli obblighi europei.

Non sarà facile: molti Stati membri sono restii a riconoscere concessioni al Regno Unito. Inoltre, molti a Bruxelles temono che un rilassamento nei confronti di Londra potrebbe costituire un pericoloso precedente, sfruttabile in futuro da altri governi scontenti per il loro status nell’Unione. Per questo motivo, Tusk si sta spendendo in un tour delle capitali europee: Parigi, Bucarest, Atene, Praga, Berlino. L’obiettivo è far prevalere la sua visione ottimista: l’hashtag utilizzato dal Presidente è #UkinEU, non #Brexit.

L’accordo per evitare la Brexit

Il piano proposto da Tusk accoglie alcune delle rimostranze avanzate dal governo Cameron e tenta di fornire delle risposte abbastanza incisive da convincere l’elettorato britannico, ma anche sufficientemente simboliche, in modo da non urtare le sensibilità degli altri europei. L’accordo prevede quattro punti fondamentali.

  1. Un “freno d’emergenza” alla migrazione di cittadini dell’UE alla ricerca di lavoro nel Regno Unito, la questione più sentita da governo ed elettorato britannici. La proposta di Tusk prevede la possibilità per Londra di limitare l’accesso dei migranti al welfare (ad esempio in materia abitativa o di integrazione del reddito) per i primi quattro anni di residenza. Obiettivo del governo sarebbe così di disincentivare il cosiddetto “turismo dei benefit”.
  2. La possibilità di bloccare alcune parti della legislazione europea con il consenso di 15 governi nazionali (il “cartellino rosso”, nel gergo dell’accordo), in modo da bloccare l’eccessiva burocratizzazione dell’UE. Un argomento su cui Cameron trova una sponda in Matteo Renzi, anche se è difficile immaginare che un accordo a 15 sia molto più semplice di quelli attuali.
  3. Una garanzia al Regno Unito e agli altri membri dell’UE, ma non dell’eurozona, che gli Stati che hanno adottato la moneta unica non egemonizzeranno la legislazione europea: una previsione simbolica, visti i contrasti all’interno dell’eurozona (si pensi solamente alla frattura fra Grecia e Germania).
  4. Il riconoscimento che Londra non è più legata al principio di “un’Unione sempre più integrata” (“ever closer Union”) e quindi libera da qualsiasi progetto di ulteriore integrazione politica. Altra misura simbolica, dato che di tali sviluppi non se ne vede traccia negli anni futuri.

Convincere Bruxelles e poi i britannici

Il primo passo sarà fatto a Bruxelles: se il Consiglio Europeo troverà un accordo sulla proposta Tusk, la palla passerà al Parlamento, che dovrà dare il proprio consenso. Cameron dovrà poi convincere prima le frange euroscettiche nel suo partito e poi l’elettorato che l’accordo costituisce un cambio di passo significativo nei rapporti con Bruxelles. Un’operazione non semplice, considerata la fredda reazione di molti media britannici all’accordo con Tusk (“Who do EU think you are kidding?”, ha titolato il Sun).

Cameron comunque si spenderà per la permanenza di Londra nell’UE, a meno di clamorosi ribaltoni al Consiglio Europeo. Ed è altamente probabile che convocherà il referendum il prima possibile, forse già a giugno. A quel punto, le proposte sul tavolo saranno chiare e le campagne elettorali per lo “Yes” e il “No” potranno partire ufficialmente, anche se in in realtà ufficiosamente i comitati elettorali sono già al lavoro.

Negli ultimi tempi hanno iniziato ad alzare la voce anche esponenti del settore privato, che temono la fine dell’ingresso privilegiato al mercato comune europeo. Un sondaggio della Bertelsmann Foundation su 700 imprese britanniche e tedesche attive nel Regno Unito segnala che il 29% ridurrebbe la propria presenza oltre Manica se Londra lasciasse l’UE. Una percentuale che sale al 41% nel settore IT e tecnologia. Molte imprese lamentano le complessità della regolamentazione europea, ma segnalano che fuori dall’UE Londra non potrebbe più stabilire gli standard su un mercato così importante. Tre imprese su quattro così si dicono contrarie alla Brexit. È il settore finanziario quello più preoccupato: recentemente, la banca HSBC ha annunciato che in caso di Brexit potrebbe spostare 1.000 posti di lavoro in Francia, schierandosi così per la permanenza nell’UE.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

Check Also

aborto

Aborto, a maggio il referendum “tabù” in Irlanda

Il popolo irlandese a maggio sarà chiamato alle urne per scegliere se abolire la severa …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *