giovedì , 16 agosto 2018
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Donald Trump durante un comizio © Michael Vadon - www.flickr.com, 2015

E se Trump diventasse Presidente? Le sfide degli outsider

Nell’agosto 2015, quando il fenomeno Trump era ancora appena iniziato, le primarie sembravano lontane e la maggior parte dei commentatori politici ridevano della possibilità che il miliardario newyorkese potesse diventare il candidato repubblicano alla Casa Bianca, uno di quei commentatori, Jeff Greenfield, ha pubblicato su Politico US un articolo controcorrente. Il suo pezzo si intitolava “What if Trump Wins?”, (“E se Trump dovesse vincere?”).  All’epoca sembrava davvero improbabile: l’opinione diffusa era che Trump stesse solo cercando di guadagnare popolarità, e che la sua campagna si sarebbe sgonfiata con l’inizio delle primarie vere e proprie, quando sarebbero emersi candidati più presidenziali. Gli elettori repubblicani non avrebbero certo nominato qualcuno così palesemente inadatto a governare.

Il fenomeno Trump

Nei mesi successivi Trump ha sistematicamente confermato questa percezione di lui che avevano giornalisti e commentatori, rilasciando dichiarazioni improbabili – il muro contro l’immigrazione da far costruire al Messico – al limite del razzismo – chiudere le frontiere agli islamici – e insultando persino un veterano di guerra come John McCain: “per me un eroe è uno che non si fa catturare”. Insomma, un candidato non votabile, il dio dei perdenti, per citare lo scrittore Paul Berman, il cui elettorato è costituito da maschi bianchi con basso livello di istruzione e grande insoddisfazione personale.

Eppure, Trump ha confermato i sondaggi vincendo a oggi in 18 Stati, mettendo a segno un buon colpo quando ha vinto in Florida, Nord Carolina e Illinois, e garantendosi un ampio vantaggio nella conta dei delegati. E’ inoltre riuscito a mettere fuori gioco quegli avversari che invece avrebbero dovuto rimpiazzarlo, come Marco Rubio, che si è ufficialmente ritirato. Nel suo articolo di agosto scorso, Greenfield metteva in guardia contro una forza non prevista dalla maggior parte degli analisti politici. La forza delle persone quando scoprono che il loro voto può non solo cambiare le cose, ma cambiarle radicalmente, facendo succedere l’impensato.

I precedenti

A supporto della sua tesi, Greenfield cita due casi interni agli Stati Uniti. Il primo è riguarda uno degli Stati più istruiti d’America, il Minnesota. Nel 1999, il Minnesota ha eletto governatore un candidato abbastanza improbabile: Jesse Ventura. Ventura non proveniva dai due partiti maggiori, ma dal Reform Party – una sorta di Partito Indipendente – ed era un grande ex-wrestler e attore. Lui stesso ha commentato la sua inaspettata vittoria, la sera delle elezioni, dicendo “Abbiamo scioccato il mondo!”. Uno dei sostenitori di Ventura, che come ricorda Greenfield era considerato dagli analisti alla stregua di una simpatica curiosità, spiegò al New York Times perché avrebbe votato per lui: “Non sopporto un sacco di cose, e lui neppure”.

Un secondo e più noto precursore di Trump è stato Arnold Schwarzenegger, candidato che simboleggiava in ogni modo possibile il ripudio della classe politica dominante. Per più di un secolo la California non aveva mai utilizzato la procedura di “richiamo del rappresentante”, con cui è possibile sostituire un rappresentante eletto. Nel 2003 lo fece per la prima volta, scegliendo di sostituire il governatore in carica Gray Davis con Schwarzenegger, preferito ai candidati democratici e repubblicani.

Gli Stati Uniti come l’Italia?

E’ un fenomeno che in Italia non dovrebbe stupire. In una certa misura, questo è avvenuto quando gli elettori hanno votato le spalle al PDS di Occhetto, preferendogli un nome che fino ad allora era rimasto pressoché estraneo dalla vita politica e che non apparteneva alla classe dirigente di nessun partito: Silvio Berlusconi, che a Trump è stato qualche volta paragonato. Molto più recentemente, è stato il Movimento 5 Stelle di Grillo ha sparigliare le carte in modo imprevedibile, negando nel 2013 la vittoria al PD di Pierluigi Bersani. Anche in quel caso, nessuno si aspettava che gli elettori italiani potessero improvvisamente votare una classe politica palesemente inadatta e ignara dei meccanismi complessi del potere.

Greenfield concludeva il suo articolo dicendosi comunque scettico sulle possibilità di vittoria per Trump. Ma sottolineava che “Ci sono momenti in politica in cui il cigno nero può apparire; in cui eventi molto improbabili mandano in frantumi anni di congetture; in cui gli elettori vedono – e scelgono di perseguire – una possibilità audace”. Quando degli elettori delusi scoprono di avere un potere che non pensavano fosse nelle loro mani, sostiene lo scrittore americano, si possono verificare conseguenze impreviste.

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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