sabato , 24 febbraio 2018
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Photo © IoSonoUnaFotoCamera - www.flickr.com, 2016

Trump e gli altri, la crescita della rabbia ai seggi

La corsa di Donald Trump verso la nomination repubblicana non conosce ostacoli. L’ascesa di “The Donald” ha confuso molti osservatori della politica americana, che ritenevano il sistema delle primarie un utile metodo per escludere dalla corsa alla Casa Bianca i candidati apparentemente meno presentabili, come spesso è accaduto in passato (basti pensare all’improbabile Herman Cain nel 2012). Trump ha invece ribaltato il tavolo, sfruttando un’ondata di risentimento che non è propria solo dell’elettorato repubblicano, né tantomeno di quello americano.

La corsa alla Casa Bianca di Trump

Il successo di Trump è figlio in primo luogo delle tendenze elettorali sviluppatesi negli Stati Uniti dopo l’elezione di Barack Obama nel 2008. La tornata delle elezioni congressuali del 2010 ha consentito al Partito Repubblicano di conquistare il controllo del Congresso grazie all’affermazione del Tea Party. I rappresentanti di questa corrente politica hanno fatto delle proposte estreme in materia di riduzione del ruolo dello Stato e delle tasse una bandiera ideologica da contrapporre all’establishment repubblicano di Washington e alla politica interventista di Obama, tanto da rischiare la bancarotta dello Stato solo per opporsi alla riforma sanitaria, la cosiddetta Obamacare.

Trump quindi potrebbe essersi avvantaggiato del clima di cambiamento introdotto sulla scena politica americana proprio dagli oltranzisti del Tea Party. In realtà, forse i migliori rappresentanti del Tea Party sarebbero invece Ted Cruz o addirittura Marco Rubio, che nella schizofrenia della campagna repubblicana era addirittura diventato il candidato inevitabile per gli apparati di partito. Ma a ben vedere, Trump non propone solo le tipiche ricette di un repubblicano estremista, ma vi aggiunge una certa predisposizione al protezionismo commerciale e all’isolazionismo in ambito internazionale, che spesso risuonano più gradite a sinistra.

Clinton vs. Trump: l’establishment vs. la rabbia

Sempre che la candidatura di Trump sopravviva alle forche caudine di una convention repubblicana che si annuncia molto tesa, il suo avversario dovrebbe essere Hillary Clinton. Proprio la ex First Lady sembra aver superato dopo qualche incertezza iniziale la concorrenza di Bernie Sanders, la cui ‘rivoluzione’ (“Feel the Bern!”, il motto dei suoi sostenitori) si poggia su argomenti come la tutela dei lavoratori americani dalla competizione al ribasso di altri Paesi e la riduzione delle disuguaglianze. A dimostrazione di come Trump sappia raggiungere elettorati molto differenti, il miliardario condivide con il rivoluzionario Sanders una certa insofferenza verso accordi di libero scambio come il TTIP con l’Unione Europea.

Per questo motivo forse Trump, più che una posizione politica, incarna una certa rabbia verso un establishment ritenuto avido e incapace di risolvere i problemi degli americani. Al contrario, Clinton rappresenta proprio quel mondo istituzionale: dopo essere stata First Lady, ha ricoperto il ruolo di Senatrice e Segretaria di Stato. Una carriera istituzionale che, presso un certo elettorato, diventa uno svantaggio.

Un fenomeno solo americano?

Questa rabbia dell’elettorato nei confronti di sistemi politici ed economici ritenuti iniqui non si esaurisce solo negli Stati Uniti. L’Europa negli ultimi anni ha conosciuto l’ascesa di molti movimenti di destra, che, con risultati differenti, si pongono contro “il sistema”: basti pensare al Front National in Francia, la Lega Nord italiana o le recenti affermazioni di AfD in Germania. Ma lo scenario politico europeo mostra anche come questa “rabbia elettorale” non si esprima solo in movimenti di destra, ma anche nel voto a formazioni di segno differente: Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, gli stessi Movimento 5 Stelle in Italia e il Labour di Jeremy Corbyn in Gran Bretagna. Si tratta spesso di un “voto contro”: l’austerità, l’immigrazione, l’Unione Europea, la globalizzazione.

Trump sembra racchiudere tutte queste complessità che si esprimono in contesti elettorali così diversi: ma se in Europa, come nota The Economist, le forze anti-sistema possono essere spesso diluite in sistemi parlamentari e governi di coalizione, la spettacolarizzazione della campagna elettorale americana concentra tutto su un singolo candidato. I sondaggi dicono che Clinton batterebbe Trump in un’elezione, così come probabilmente un candidato ‘repubblicano’ sconfiggerebbe Marie Le Pen in Francia. Ma se vogliono sopravvivere, le forze moderate sulle due sponde dell’Atlantico dovranno presto cambiare passo.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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