giovedì , 22 febbraio 2018
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Trump
@Gage Skidmore - Flickr

Trump, il segno di The Donald sulla politica USA

Quando – il 16 giugno 2015 – Donald Trump scese in campo, tutto l’establishment americano guardò all’evento con un misto di scetticismo e spocchia: sul New York Times uscì un’intera pagina per mettere in risalto le stranezze dell’imprenditore-superstar prestato alla politica. Si guardava a “The Donald” come a un vecchio milionario, forse annoiato dai lustrini dei suoi pacchiani show televisivi, destinato a dare spettacolo per qualche tempo per poi ritirarsi in buon ordine e dare spazio ai “veri” candidati. Mai previsione fu più errata.

Molte volte, infatti, la Storia ama farsi spazio attraverso i personaggi più inaspettati: Trump fu prima sottovalutato, poi deriso, infine cominciò a essere preso sul serio (quando già stava per vincere le primarie repubblicane) e, a nomination acciuffata, divenne infine un fenomeno globale degno dell’attenzione dei think tank più blasonati.

Rust Belt: la chiave dell’ascesa di The Donald

Eccoci quindi all’8 novembre: è la data in cui il mondo saprà se la più incredibile, spericolata e azzardata scommessa del mondo possa avere successo. Non c’è dubbio che una vittoria di Trump costituirebbe un cambiamento di paradigma epocale, uno shock capace di far impallidire anche l’inaspettato arrivo di Barack Obama alla presidenza nell’ormai lontano 2008.
Il 9 novembre, data non casuale (il muro di Berlino cadde proprio il 9/11/1989), di fatto potrebbe diventare la data della fine del sistema liberale occidentale per come lo abbiamo conosciuto da inizio anni Novanta in poi.

Tuttavia, anche se (come probabile) alla fine non dovesse vincere, anche se dovesse incassare una cocente sconfitta, non si potrebbe certamente affermare che il fenomeno Trump sia qualcosa di passeggero. C’è stato un passaggio fondamentale nella sua campagna, un dettaglio ovviamente ignorato dai grandi media: Trump ha presentato il suo programma economico a Monessen – appena 7500 abitanti, est della Pensylvania – davanti a una platea di ex-operai dai capelli bianchi colpiti dalla crisi terminale dell’acciaio Made in Usa. Sono proprio gli stati della “Rust Belt” (la gloriosa cintura industriale di un tempo) la chiave per capire il fenomeno Trump: Ohio, Wisconsin, Michigan, Pensylvania, Illinois, Iowa. Quasi tutti Stati che un tempo erano il granaio dei Democratici: ora, almeno stando ai sondaggi, Trump se la gioca quasi alla pari in molti di essi grazie alla sua promessa di tirare il “freno a mano” della globalizzazione. Basta trattati commerciali stile NAFTA (l’accordo di libero scambio con Messico e Canada), basta delocalizzazioni, basta lavori di bassa qualità negli Stati Uniti.

Economia e questioni sociali: l’eredità di Obama

Le orecchie degli americani attendevano da anni un ritorno a delle parole d’ordine forti e orientate alla difesa di ciò che resta del ceto medio: l’America di Obama è certamente un Paese in relativa ripresa economica, ma è anche la nazione in cui il 10% della popolazione controlla il 50% della ricchezza totale e nella quale il numero di persone che vivono grazie ai “food stamps” ha raggiunto l’incredibile cifra di 43,4 milioni. È un Paese che negli ultimi dieci anni ha perso circa 7 milioni di posti di lavoro nella manifattura industriale, mentre nel contempo esplodevano le assunzioni di camerieri, addetti pulizie e cassieri per fast-food. Ma non finisce qui: gli Stati Uniti chiuderanno il 2016 con una spesa militare mostruosa, pari a circa 660 miliardi di dollari e il conto per la sola guerra in Afghanistan ammonta a circa 2 trilioni.

Obama ha mantenuto il timone in anni burrascosi: azzoppato da un Congresso ostile, spesso impaludato in una difficile mediazione interna (si ricordi, ad esempio, la delusione della sinistra radicale per la timida riforma sanitaria), ha vantato i buoni risultati su Pil e occupazione ma non ha potuto mettere una pezza sullo sfaldamento sociale del Paese. La questione razziale, esplosa con violenza dopo le decine di casi di neri uccisi dalla polizia e le conseguenti esecuzioni di poliziotti avvenute a New York e Dallas, è la cartina di tornasole di un sistema che – nonostante la rivoluzione Obama – ha continuato a non funzionare.

Su questo scenario di malessere sociale frammisto a tensioni razziali e a una paurosa concentrazione di reddito, paradossalmente il milionario Trump ha costruito la sua fortuna: ha detto agli americani ciò che volevano sentirsi dire, ciò che era (ed è) parzialmente vero. Lo schieramento anti-Trump di buona parte dei media filo-establishment ha fatto il resto: lui si è presentato come il perseguitato da un sistema “rigged” (truccato) ed ipocrita; è riuscito – vedremo l’8 novembre quanto – a riavvicinare alla politica persone che non si impegnavano da decenni, spinte dalla prospettiva di poter fare qualcosa di rivoluzionario in un momento in cui tutto appariva piatto e destinato al declino.

Forse non vincerà, ma sicuramente la campagna di The Donald farà sentire le sue conseguenze a lungo.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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