martedì , 14 agosto 2018
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Photo © KP M, 2006, www.flickr.com

2016: le paure dell’Europa

Il 2015 non è stato un anno brillante per l’Unione Europea: inutile ripetere tutti i problemi di varia natura che la assediano, a partire ad esempio dall’ondata di rifugiati, con l’arrivo, solo in Germania, di circa un milione di persone. Il bilancio di fine anno, quindi, è inevitabilmente segnato dall’incertezza, dalla sensazione di vivere in un tempo dove sono saltate tutte le certezze che delimitavano le esistenze dei cittadini europei. Cosa aspettarsi quindi dal 2016? Azzardare previsioni in campo sociale o economico è sempre rischioso, eppure alcuni trend sembrano facilmente delineabili.

Economia

It’s the economy, stupid. L’innalzamento dei tassi operato dalla Fed americana è stato salutato come l’inizio della fine della crisi globale durata più di sei anni: in realtà, però, non bisogna farsi illusioni, coltivando sogni di un ritorno alla normalità. I problemi sul tavolo, specie per l’Eurozona, sono ancora insidiosi: il lavoro è sempre un’emergenza, anche in Paesi – come la Spagna – dove la disoccupazione sta gradualmente calando. La qualità dei nuovi posti di lavoro è molto bassa, essendo la quota di lavoratori precari o costretti al part-time involontario in continua crescita.

A ciò si aggiunge una difficoltà, ormai cronica, a stabilizzare il tasso d’inflazione, condannato a girare ben sotto l’obiettivo ufficiale del 2%. La Grecia e la Spagna sono impantanate nella deflazione da interi trimestri e l’Italia segue a ruota, ma il rallentamento dei prezzi ormai è una malattia che coinvolge anche “virtuosi” come i Paesi nordici e la Germania. Concepire una riduzione durevole dei debiti pubblici in tale situazione è ardimentoso.

L’instabilità

Instabilità da paura. Questo trend si sarebbe potuto chiamare “populismo” o “ascesa delle forze anti-sistema”, ma non avrebbe reso bene l’idea. Il mondo fronteggia un’avanzata globale – Trump insegna – della dittatura della paura: Isis, jihad, tragici sbarchi di rifugiati, bombardamenti, emergenze climatiche e tensioni etnico-razziali sono i ritornelli nelle giornate degli Europei. Le forze politiche tradizionali, di fronte al trionfo di una visione apocalittica determinata dall’agire congiunto di questi timori, possono fare ben poco: esse appaiono responsabili del disastro, incapaci di generare una palingenesi rinnovatrice. Le ultime consultazioni elettorali in Spagna e Francia indicano chiaramente la direzione.

Instabilità da guerra. Non c’è possibilità di negare che la guerra sia tornata prepotentemente nell’immaginario: i conflitti nel Vicino Oriente non sono così lontani e, tramite la crisi dei profughi, si riflettono direttamente sulle società europee. Lo scenario globale è fonte di patemi: sembra delinearsi sempre più in uno scontro tra due blocchi: da un lato gli Stati Uniti assieme agli alleati storici (tra cui quasi tutta l’Europa), dall’altro la Russia, la Cina, l’Iran e altre potenze minori dell’America Latina. A fare da terzo incomodo, il radicalismo islamico che, dalla sua roccaforte tra il Tigri e l’Eufrate governata dall’Isis, si irraggia in luoghi sempre più lontani. Nonostante vi siano alcune speranze di pace in Siria e Libia, il trend assestato pare quello di un’instabilità globale di lungo periodo.

Le istituzioni

La natura dell’Ue. Il referendum britannico sull’uscita dall’Ue è indubbiamente l’evento caldo dell’anno: seppur la probabilità di una vittoria dei promotori della Brexit siano limitate, un loro risultato lusinghiero – magari superiore al 40% – sarebbe un messaggio molto chiaro circa lo scarso appeal che l’Unione esercita in ampissimi settori dell’opinione pubblica (non solo britannica). Il 2016 potrebbe essere l’anno in cui vengono allo scoperto le tensioni, per ora sotterranee, tra chi auspica una maggiore integrazione fiscale e sociale tra Paesi membri e chi invece “ne ha abbastanza” dell’Ue.

Il declino della Merkel. È una novità assoluta, fino a qualche mese fa additabile come follia: la Cancelliera è in difficoltà, stretta tra l’onda dei migranti, il caso Volkswagen, il rapporto tormentato con la Russia (con cui molti vorrebbero riaprire un dialogo) e l’avanzata dei movimenti anti-sistema come Pegida e Afd. Il suo partito Cdu-Csu dà segnali d’indifferenza e Schauble, il “prefetto dell’austerity”, sembra pronto ai nastri di partenza. Non si sa se una Germania senza Merkel potrebbe essere più accomodante. Di certo non sembra che a Berlino spiri un vento europeista e i cancelli aperti ai migranti si stanno frettolosamente chiudendo.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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