giovedì , 16 agosto 2018
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Fine del consenso permissivo, l’UE cambi marcia

Gli anni seguiti all’approvazione del Trattato di Maastricht sono stati segnati da tendenze contrastanti. Da una parte, il processo comunitario ha compiuto passi storici con l’introduzione della moneta unica, l’allargamento a 27 membri, i negoziati per l’adesione di uno Stato a maggioranza islamica quale la Turchia, la proclamazione della Carta dei diritti dei cittadini europei e il dibattito sulla Costituzione. Eventi che hanno influenzato l’esistenza di mezzo miliardo di persone in un’area economica che, ancora oggi, conserva il più grande PIL aggregato del globo. Dall’altra parte, però, si è registrato un indubitabile mutamento nel clima d’opinione nei confronti dell’Unione. I dati di Eurobarometro confermano tale tendenza. Si prenda, ad esempio, il dato più immediato: la partecipazione alle elezioni del Parlamento europeo. L’ultima tornata elettorale del 2009 ha registrato un’affluenza del 43%, quando la prima elezione del 1979 registrò solamente il 30,08% di astenuti. Quel che è ancora più interessante, però, è constatare come il vero punto di svolta sia rappresentato dal voto del 1994. Infatti, se la percentuale di europei che si recarono alle urne nel 1989 era del 58,41%, questa scende lievemente nel 1994 al 56,67% per poi precipitare al 50,49% del 1998. Con le elezioni del 2004 le percentuali poi certificano ufficialmente il sopravvento dell’astensione giunta al 54,53 %.

Perché, proprio quando il motore del progetto comunitario si faceva più ruggente, i bastoni tra le ruote hanno iniziato a moltiplicarsi ?

Molti analisti hanno giustificato tale trend con il progressivo allargamento del bacino elettorale. Indiscutibilmente questo è un fattore decisivo, ma se guardiamo a Paesi come l’Italia, la Germania e la Francia notiamo una disaffezione verso l’Unione che si esprime in una perdita di circa 20 punti percentuali dal 1979, con una netta picchiata nel decennio 1989-1999. La causa di quanto detto è certamente da rintracciarsi nell’ormai indifendibile deficit di partecipazione politica che affligge l’Unione. Tuttavia, è forse più interessante concentrarsi sul deficit mediatico di comunicazione che costituisce causa ed effetto di quello democratico, poiché richiama l’interazione tra politici/funzionari e media. Il nodo da sciogliere riguarda appunto il ruolo degli ambienti giornalistici, i quali, non necessariamente per intenti manipolativi, sono tra i maggiori responsabili della mancanza di un serio dibattito pubblico. In particolare vanno prese in considerazione le routine organizzative dei media. Questi ultimi si sono nutriti pigramente delle euro-retoriche celebrative abdicando alla loro cruciale funzione di watch dog. Il vantaggio di utilizzare delle retoriche risiede nei modesti costi per i giornalisti che non sono dunque obbligati a inchieste faticose e nemmeno a lunghi incroci di verifica delle fonti. La maggior parte dei media ha scelto infatti la via più semplice, ovvero distogliere l’attenzione dalle criticità dell’impresa comunitaria, così da mettere in sordina le voci fuori dal coro euro-entusiastico. D’altra parte, essere al fianco dell’Europa significava essere dalla parte della pace e di un futuro di prosperità tanto agognato quanto negato in passato da crisi e guerre. L’immenso capitale simbolico di cui il processo d’integrazione disponeva era appunto tale da intimidire i suoi detrattori.

Perciò, è su queste basi che è venuto formandosi un clima d’opinione definito, nella letteratura sociologica, di “consenso permissivo” verso i passi costitutivi dell’Unione. Con questo concetto si suole indicare l’atteggiamento pregiudizialmente favorevole verso un soggetto istituzionale considerato una risorsa, fino a quando non se ne sono sperimentati i vincoli. Il consenso permissivo rimanda a un meccanismo cruciale nella formazione dell’opinione pubblica: gli individui, quando non sono fortemente motivati o adeguatamente informati, tendono ad adottare pubblicamente il punto di vista della maggioranza. Questo è ciò che accaduto fino agli anni ’90, su scala di massa, nei rapporti tra istituzioni comunitarie e mondo dei media nei Paesi di tradizione non euro-scettica.

Dagli anni di Maastricht in poi, come detto, la situazione muta. Le difficoltà e gli interrogativi che le grosse innovazioni di quel periodo introdussero nel quotidiano degli europei hanno diradato la cortina fumogena carica di consenso acritico che celava atteggiamenti di segno opposto. Inizia appunto a incrinarsi questa sorta di anestetizzante “spirito del tempo” hegeliano, così da lasciare spazio ad un dibattito più informato sulla direzione imboccata e sul futuro del Vecchio Continente.

Finalmente la partita dell’unificazione politica può giocarsi apertamente e scaturire dal confronto tra i favorevoli, che saranno tanto più forti tanto migliore sarà l’operato delle istituzioni europee, ed i contrari, che si nutriranno dei fallimenti e degli egoismi nazionali. Se finora l’apertura del dibattito ha comportato la disaffezione per il progetto, ciò è dovuto al maggior impegno che le voci contrarie hanno profuso nel sostenere le proprie posizioni, all’insuccesso nel comunicare i grossi vantaggi che l’Unione comporta per gli Stati membri e, soprattutto, alla miopia dei governi nazionali appiattitisi sul facile “scarica barile” dei problemi locali e globali sull’infausta Bruxelles.

Si può sostenere che a partire dagli anni ’90 si deve “fare sul serio”: l’Europa non può non mostrarsi in grado di perseguire obiettivi ambiziosi di lungo termine. Purtroppo l’occasione che si è presentata con la crisi dell’Eurozona non è stata sfruttata e ha purtroppo rinvigorito il movimento euro-scettico. È ineluttabile: o si cambia marcia o il motore scoppia.

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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