lunedì , 26 febbraio 2018
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terrorismo
Photo © romain veillon - www.flickr.com, 2015

Alle radici del terrorismo, quale integrazione in Occidente?

Il problema del terrorismo è davvero arginabile? Evidentemente, stando così le cose, no. Il terrorismo nasce come una tattica utilizzata da disperati contro privilegiati, poveri contro ricchi. In un mondo in cui le diseguaglianze stanno esplodendo a livello continentale e globale, il terrorismo non può che trovare facile brodo di cultura. Le operazioni di polizia non possono arginare possenti fenomeni terroristici che nascono da disfunzioni sociali ormai cronicizzate. Le frasi che si sentono sui media dopo ogni evento terroristico sono ritualizzate: “ci odiano perché siamo liberi”,  “è una guerra tra civiltà e barbarie”, “la libertà vince sempre sull’odio e sulla superstizione”.

Questa fraseologia post-attentato è ovviamente patologica: denuncia un’urgenza viscerale di sentirsi de-colpevolizzati e di proclamarsi superiori rispetto al “nemico”. Si tratta di una coazione a mentire: si ha la necessità di sentirsi senza colpa e di urlarlo ai quattro venti perché in realtà, nel nostro inconscio collettivo, ci si sente profondamente in colpa

Le colpe dall’Occidente

Il complesso della colpa nasce da motivazioni evidenti: da un lato una motivazione “geopolitica”, legata a una serie di guerre improvvide che l’Occidente ha scatenato dopo l’11 settembre 2011, che si sono rivelate infruttuose oltre che foriere di migliaia di morti come “vittime collaterali”; dall’altro una motivazione che si potrebbe definire “antropologica”, nel senso che gli occidentali sono consapevoli di aver creato delle società essenzialmente orribili.

Quest’ultima affermazione potrà apparire provocatoria, ma i segnali che vengono dalle nuove generazioni sono univoci: per la prima volta nella storia umana, abbiamo a che fare con una generazione dedita al “nulla”, nel senso che la maggioranza di coloro che rientrano in questa generazione non si riconoscono in alcuna struttura sociale, organizzazione o gruppo organizzato (tantomeno una religione). La politica è screditata e si manifesta attraverso l’ignobile caciara dei talk show o delle risse parlamentari da osteria; i sindacati sono scomparsi da tempo; le parrocchie e i centri aggregativi legati al cattolicesimo resistono nell’ombra, spesso confinati nelle periferie, ma ormai si dedicano più all’elemento “caritatevole” che a quello prettamente religioso; la famiglia è assediata dalla “modernità”.

Quanto all’identificazione con il sovra-Stato europeo, peggio che andar di notte: basti pensare che sui profili Facebook, dopo ogni attentato, le persone non inseriscono mai la foto dell’UE, ma quella del singolo Stato colpito. L’Europa non ha mai scaldato i cuori, mai ha offerto un’identità che andasse oltre la moneta. Ecco, appunto, la moneta: unico collante. Il denaro è rimasto l’ “unico generatore simbolico” di valori per le nuove generazioni.

Quale integrazione?

Una tale società, in crisi nera, non è in grado di offrire integrazione. Ci sono milioni di musulmani che si sono stabiliti qui in Europa con le loro famiglie, talvolta anche con mirabile successo economico. Tuttavia, da un punto di vista culturale l’Occidente ha poco da offrire. Camminando a Molenbeek o a Laeken si avverte una forzatura evidente: i giovani adottano una facciata rassicurante che non faccia dubitare circa le loro credenziali consumiste e materialiste, dando così il segnale di essere pronti ad entrare nella grande giostra occidentale. I giovani maghrebini di Saint-Denis, Clichy-sur-Bois o Molenbeek hanno capito in maniera epidermica una realtà fattuale: l’unica identità occidentale sono i consumi,  ci si identifica con le merci e con il lusso – un altro classico del frasario post-attentato è “vogliono cambiare il nostro stile di vita”.

Se non hai successo, se non accumuli denaro, rimarrai a Molenbeek a contare i giorni che ti separano da un “grande salto” che forse non arriverà mai. Passando davanti ai fasti dei palazzi del potere europeo, piuttosto che in mezzo alla Grand Place colma di turisti e businessman in giacca e cravatta, facilmente puoi cominciare a covare quel rancore sordo che è la precondizione mentale del terrorismo. Guai a pensare che riguardi solo gli islamici: il disgusto, la riprovazione e lo sdegno stanno montando anche nelle popolazioni locali, prendendo la forma di una xenofobia dilagante (spesso rivolta proprio contro l’Islam) e di un anti-parlamentarismo sempre più evidente. Per ora questo risentimento non è ancora passato alle armi, ma non si può escludere nulla.

Bisogna sentire le parole di un trainer di una palestra di Molenbeek, intervistato dalla per capire il baratro: “Questi giovani radicalizzati li conoscevo: non avevano grandi idee, non seguivano ideologie… Sono andati in Siria perché erano stanchi di questo, di non avere un futuro. Erano stanchi di questa società”.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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3 comments

  1. Grazie a Enrico per aver espresso ciò che volevo dire nell’articolo e che, spero, molti abbiano capito.

  2. marco grabowski

    Ho capito. La colpa è quindi tutta nostra. Magari chiediamogli pure scusa se ci facciamo ammazzare solo un poco alla volta. Quindi, poichè la società è quella che è , si è autorizzati a uccidere persone innocenti e inermi, velare e umiliare le donne, buttare i gay dai palazzi, decapitare, bruciare vivi i prigionieri, eccetera. Complimenti per l’articolo.

    • Enrico Iacovizzi

      Caro Marco Grabowski,

      é evidente che l’articolo non giustifica minimamente il terrorismo, ma cerca di metterne a fuoco le cause endogene alle società occidentali. è ovvio che lo stato e l’UE dovrebbero mettere in piedi strumenti efficaci per combattere il terrorismo: tra questi figurano sicuramente l’intelligence e le forze di polizia, ma probabilmente anche azioni culturali e di migliore integrazione “a monte” che rendano il radicalismo un’opzione non appetibile.

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