martedì , 20 febbraio 2018
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Le proteste di ElectricYerevan © Tristan K. - www.flickr.com, 2015

Armenia, scoppia la protesta anti-rincari

Un’ondata di proteste si è scatenata nella capitale dell’Armenia, Yerevan. Tutto è iniziato venerdì 19, giugno, quando il Parlamento armeno ha approvato un aumento del costo dell’elettricità del 17%. Nel corso del weekend, centinaia di cittadini hanno tenuto un sit-in in Piazza della Libertà e hanno chiesto di incontrare il Presidente Serz Sargsyan.

Le proteste in Armenia

Il lunedì successivo la folla si è diretta verso il palazzo presidenziale a pochi metri dal quale è stata bloccata dalla polizia. I manifestanti hanno quindi deciso di trascorrere la notte nel vicino Viale Baghramyan. Un dirigente della polizia ha proposto ai manifestanti un incontro di alcuni loro rappresentanti col Presidente, a patto che sgomberassero il viale, ma la proposta è stata rifiutata. Nel corso della notte la polizia ha caricato la folla e ha arrestato 237 persone. Decine di manifestanti e giornalisti pacifici e inermi sono stati malmenati da poliziotti e persone senza divise, con ogni probabilità agenti in borghese.

Già dal giono dopo la protesta però è ripresa e ha ottenuto il sostegno di molti esponenti della società civile e di alcune forze politiche di opposizione. I manifestanti hanno creato barricate per proteggersi da eventuali attacchi della polizia, che fortunatamente non hanno avuto luogo. I leader dei manifestanti hanno rifiutato di incontrare esponenti governativi fino a che non venisse revocato l’aumento dei prezzi dell’elettricità.

Chi sono i manifestanti e le cause della protesta

Le persone che manifestano sono attivisti di ONG e comuni cittadini. Si tratta di un movimento dal basso e in gran parte apolitico. Alcuni partiti di opposizione hanno tentato di cavalcare l’onda della protesta, ma non godono di grande popolarità tra i manifestanti.

Le cause della protesta sono complesse: l’aumento dei prezzi dell’elettricità è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. L’Armenia si trova in una situazione economica molto difficile, peggiorata nell’ultimo anno anche a causa di uno spill-over della crisi economica in Russia, che ha comportato un calo di un terzo delle rimesse degli emigranti armeni.

Benché le cause fossero economiche e sociali, molti media hanno inquadrato la protesta nel contesto delle tensioni tra Russia e Occidente. In Russia, dove negli ultimi mesi si è sviluppata un’isteria contro le rivoluzioni colorate, i media di regime hanno subito parlato di tentativo di golpe finanziato dall’Occidente, diffondendo informazioni palesemente false: si è parlato di manifestanti armati, di combattenti ucraini a Yerevan, mentre il deputato comunista russo Valerij Raškin ha invitato le autorità armene a espellere l’ambasciatore americano per aver criticato l’uso sproporzionato della forza da parte della polizia.

Il settore energetico nelle mani russe e degli oligarchi

Le cause della protesta sono principalmente interne, ma la Russia non è del tutto estranea alla vicenda. Il settore energetico armeno infatti è pressoché interamente in mani russe. L’ENA, la compagnia armena che detiene il monopolio della distribuzione dell’elettricità, è di proprietà della russa Inter RAO UES, il cui amministratore delegato è Igor Sečin, uno dei massimi esponenti dei siloviki, la cerchia di ex agenti del KGB, salita al potere prima nel comune di San Pietroburgo e poi a livello federale con la nomina di Vladimir Putin a Primo Ministro.

L’aumento del prezzo è avvenuto proprio su pressioni della Inter RAO UES, che inizialmente voleva alzarlo del 40%. Un’inchiesta di Radio Azatutyun rivela che l’aumento sarebbe dovuto al fatto che l’ENA paga forniture e servizi ben al di sopra dei prezzi di mercato e spesso a fornire tali servizi sono aziende di proprietà di oligarchi filogovernativi armeni, come il cementificio Ararat proprietà di Gagik Tsarukyan, deputato, Presidente del comitato olimpico nazionale e consuocero del premier Abrahamyan. Insomma, i cittadini armeni stremati dalla crisi devono pagare per un sistema corrotto le cui redini sono nelle mani degli oligarchi filogovernativi russi.

Atteggiamenti arroganti di questo tipo rischiano di minare l’immagine, storicamente molto positiva, della Russia in Armenia. L’episodio, inoltre, non è un caso isolato. Pochi mesi fa, infatti, un soldato russo della base di Gyumri ha massacrato un’intera famiglia armena, ma non è stato processato da una corte armena, benché la strage fosse avvenuta fuori dalla base.

La protesta inizialmente non aveva alcuna dimensione antirussa, ma la campagna di disinformazione dei media filogovernativi russi e un appoggio incondizionato al governo potrebbero far cambiare gli umori della piazza.

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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