lunedì , 19 febbraio 2018
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Austria
Norbert Hofer © Wikimedia Commons, 2014

Austria: l’estrema destra si impone al primo turno

Il primo turno delle elezioni presidenziali in Austria ha evidenziato il crollo dei partiti tradizionali di governo e la politicizzazione di una figura rappresentativa come il Capo dello Stato.

Austria: i dati di un’elezione anomala

Nel sistema politico austriaco, dominato dalla contrapposizione e collaborazione dei due partiti tradizionali, il Partito Socialista e il Partito Popolare, il ruolo del Capo dello Stato è simile a quello rivestito dal Presidente della Repubblica italiano, di nomina, rappresentanza e controllo. Una  sostanziosa differenza risiede nel sistema elettorale usato per l’elezione del Capo dello Stato, che in Austria viene direttamente eletto dagli elettori. Nel 2010 partecipò al voto solo il 53% degli aventi diritto: poche settimane fa si è recato alle urne il 68,5%. Si tratta di quasi 875.000 voti validi in più.

Il primo turno delle elezioni presidenziali è stato dominato dal candidato del Freiheitliche Partei Österreich, il partito liberale che figura fra i partiti europei neo-nazionalisti, vagamente xenofobi, euro-scettici e populisti. Norbert Hofer ha conquistato il 35,05% dei consensi, superando di quasi 14 punti percentuali quello che doveva essere il favorito della vigilia, l’indipendente (ma supportato dai Verdi, in Austria storicamente forti) Alexander Van der Bellen, 72enne economista di fama internazionale. Terza un’altra indipendente, l’ex Presidente della Corte di Cassazione Irmgard Griss. I due candidati dei partiti tradizionali hanno raccolto, entrambi, un misero 11%.

La politicizzazione di un ruolo apolitico

L’FPÖ non rappresenta una novità, ma un partito ben consolidato che recentemente ha allargato la sua base di consensi, puntando molto sull’emergenza migranti, sulle paure della globalizzazione e sull’euroscetticismo. Quello che stupisce è l’estrema politicizzazione della campagna elettorale per una figura di per sé rappresentativa come il Capo dello Stato. Il programma di Hofer è uno strano mix di proposte di governo istituzionalmente non realizzabili (l’obbligo di controfirma presidenziale esiste per leggi non palesemente anticostituzionali) e proclami populisti riguardo la protezione della patria.

Fa sorridere un certo revanscismo nel suo manifesto, quando Hofer dichiara di essere l’unico candidato che “rappresenterà autorevolmente l’Austria nel mondo, in modo che gli altri Stati tornino a rispettarla”; che però si inserisce perfettamente nello slogan del Österreich zuerst! (prima l’Austria!). Ma Hofer non è stato l’unico a utilizzare elementi fortemente politici nella propria campagna elettorale: anche Irmgard Griss ha portato avanti un programma basato su ben 21 punti progettuali, come riforme sociali chiaramente non realizzabili da un Capo dello Stato.

Van der Bellen ha guidato una campagna elettorale politicamente più misurata, e solo negli ultimi giorni ha pubblicato una lista di “Contenuti e obiettivi” politici. Van der Bellen ha però fatto un gesto politico ancora più rilevante, puntando molto sull’affascinante e storicamente dibattuta parola Heimat (una “patria” dalle forti implicazioni sentimentali), che per anni è stata al centro della retorica del FPÖ. Inoltre, Van der Bellen ha rivendicato con forza le prerogative del Capo dello Stato nella nomina del Primo Ministro, facendo intendere che solo se costretto da maggioranze schiaccianti affiderebbe l’incarico a HC Strache, segretario del FPÖ.

Le conseguenze politiche

Indipendentemente dal risultato del secondo turno, programmato per il 22 maggio, chi esce frastornato da questa elezione è il governo di coalizione tra socialisti e popolari. L’esercizio muscolare che il governo sta mostrando al Brennero non convince né l’elettorato storico dei due partiti principali né tanto meno gli elettori del FPÖ, segno che inseguire un partito populista di destra sul suo terreno preferito non paga.

Per ora solo il Primo Ministro Faymann ha dichiarato il suo appoggio per Van der Bellen, mentre né il partito socialista né quello popolare si sono ancora espressi a riguardo. I due contendenti al secondo turno fanno intanto pratica di presidenzialismo, cercando di mantenere entrambi un profilo alto e distante dal mondo dei partiti. Conviene ad entrambi: Hofer può mostrare la faccia moderata del partito, mentre il FPÖ agita la bandiera del “noi contro tutti”, mentre Van der Bellen può invece coltivare il suo profilo indipendente, sperando che gli elettori contrari alla politica del FPÖ indirizzino il loro voto verso di lui. È il paradosso di queste elezioni: politicamente non dovrebbe cambiare nulla, ma il panorama politico potrebbe cambiare radicalmente.

L' Autore - Daniele Marchi

Studente presso l'Università di Torino, laureato a Trento in Studi Internazionali con una tesi su Alexander Langer ed il suo progetto per un corpo civile di pace europeo. Sono volontario di Operazione Colomba, corpo nonviolento di pace, con cui ho partecipato al progetto in Colombia, presso la Comunità di Pace di San Josè de Apartadò. Mi occupo di risoluzione pacifica dei conflitti, confidando che un giorno l'Unione Europea diventi potenza di pace.

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