giovedì , 22 febbraio 2018
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Austria
Il candidato dell'FPO Norbert Hofer © Wikimedia Commons, 2014

Austria: si vota (stavolta davvero) il 4 dicembre

L’Austria sta attraversando un periodo di turbolenza che la pone al centro delle attenzioni internazionali: una vera e propria “soap opera” politica si sta consumando negli austeri palazzi di Vienna, una concatenazione incredibile di eventi che sta lasciando vacante la poltrona di Presidente della Repubblica da ben 4 mesi. L’instabilità si potrà chiudere – forse – solo il 4 dicembre prossimo.

Le elezioni di maggio

Teoricamente, il nuovo Presidente dovrebbe essere in carica già dal maggio scorso: il 22 di quel mese vi fu il famigerato ballottaggio tra Norbert Hofer e Alexander Van Der Bellen (il primo nazionalista, il secondo ambientalista), in cui prevalse il secondo per soli 31.000 voti – a risultare decisivi furono i voti spediti per posta. Tuttavia, pochi giorni dopo la chiusura delle urne il FPO (il Partito della Libertà di Hofer) ha suonato la carica giudiziaria, presentando un ricorso alla Corte costituzionale austriaca per presunte irregolarità proprio nel conteggio dei voti per posta.

Il 1 luglio, come noto, la Suprema Corte diede ragione a Hofer e un nuovo turno elettorale fu fissato per la data del 2 ottobre (giorno in cui si è tenuto il referendum magiaro sulle quote di migranti). La sorte, però, ancora una volta si è divertita a fare un dispetto: infatti, è venuto fuori che la colla – con cui vengono sigillate le schede da spedire per posta – era poco aderente, lasciando la porta aperta a eventuali irregolarità nelle operazioni di scrutinio.

E quindi, ironia della sorte, si approda alla data del 4 dicembre, in contemporanea con un altro referendum molto atteso (quello italiano sulla riforma costituzionale Renzi). La campagna per le elezioni presidenziali, di fatto mai terminata da ormai sei mesi, è diventata una sorta di accompagnamento tragicomico alle vite piuttosto ordinarie degli austriaci.

La crisi dell’UE in Austria

Il pasticcio nato attorno ai voti per posta ha indubbiamente scavato un solco di diffidenza ancora maggiore tra società civile e politica: gli austriaci, noti per la loro precisione e tempestività, osservano con sbigottimento allo spettacolo imbastito attorno a queste elezioni. Molti osservatori sono convinti che questo generico senso di smarrimento e d’insicurezza non possa che favorire il fronte nazionalista: del resto, Heinz-Christian Strache – il vulcanico leader del FPO – continua a battere da mesi sul tasto di un complotto contro il proprio candidato Hofer: una tesi che raccoglie crescenti consensi sulla stampa popolare e nel Web.

A mettere benzina nel motore di Hofer potrebbe esserci anche il precario stato attuale dell’Unione Europea: dopo il vertice di Bratislava, la spaccatura tra Paesi “fondatori” e Paesi dell’Est appare profonda e, inoltre, bisogna sempre considerare il fattore Brexit, oltre alle difficoltà delle banche tedesche e italiane. Ciononostante, non bisogna sottovalutare ma nemmeno sopravvalutare l’elemento europeo: gran parte degli austriaci voterà con in testa due priorità: l’economia e l’immigrazione. Qui si giocherà la vera partita tra Hofer e Van Der Bellen: l’Austria è impantanata in una stagnazione economica piuttosto preoccupante, con un tasso di disoccupazione in aumento specie tra i giovani.

Il Paese al voto nel segno della paura?

Sono proprio i giovani a interpretare meglio di tutti la spaccatura in corso nella società: da un lato, temono la disoccupazione e quindi guardano con occhio critico alla marea di rifugiati entrata nel Paese negli ultimi decenni; dall’altro, non vogliono rinunciare alla cultura cosmopolita che contraddistingue una metropoli come Vienna e, pur con tutto lo scetticismo del caso, guardano all’Unione Europea come a un fattore ancora positivo. Un dilemma non facilmente risolvibile: infatti, anche i giovani sono equamente divisi nelle intenzioni di voto: Hofer e Van Der Bellen, del resto, risultano praticamente appaiati presso tutte le fasce d’età.

Nelle strade di Vienna si confrontano due spettri: da un lato, quella derivante dalla paura di un futuro economico incerto, segnato da un’immigrazione dilagante e dall’incapacità della politica tradizionale di porre un freno ai problemi internazionali; dall’altro lato, vi è il timore che nasce dalla paura di rinchiudersi in un “piccolo cortile” e di poter entrare quindi in una mentalità isolazionista fomentata da forze politiche nazionaliste. L’esito del ballottaggio del 4 dicembre dirà quale paura, in questa Europa atterrita e resa livida da anni di crisi, riuscirà ad ottenere una (risicata) maggioranza numerica.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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