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Bentornato, Presidente

Dopo sette anni il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è tornato a parlare alla Plenaria del Parlamento Europeo. Come lui stesso ha fatto notare, il contesto è certamente cambiato: dopo il suo intervento del 14 febbraio 2007, è arrivata la crisi economica, finanziaria ed ideologica dell’Unione Europea ma anche dell’Italia che lo ha riportato volente o nolente al Quirinale. Sette anni sono passati, ma l’uomo dietro quei discorsi è rimasto lo stesso: seppur animato da una forte fiducia nell’Unione Europea, non ha mai mancato di capacità critica andando ad identificare quali fossero i punti deboli del progetto europeo.

Indubbiamente il Presidente della Repubblica crede nel processo di integrazione europea e rifiuta ogni “progetto” euroscettico che auspichi ad un ritorno al passato incentrato sul nazionalismo: «C’è dunque vacua propaganda e scarsa credibilità nel discorso di quanti hanno assunto atteggiamenti liquidatori verso quel che abbiamo edificato nei decenni scorsi, dall’Europa dei 6 all’Europa dei 28. Come si può parlare di “fine del sogno europeo”, sostenendo magari che quella fine si potrebbe scongiurarla abbandonando l’Euro per salvare l’Unione? La fattibilità e le conseguenze traumatiche di quell’abbandono vengono considerate da qualcuno con disarmante semplicismo. Né vedo quale dovrebbe essere il luogo e quali i garanti di un così improbabile scambio».

Ma allo stesso tempo ha la lucidità di vedere dove siano le crepe che vanno al più presto sanate in modo da poter avviare una più forte e decisa politica comune. Innanzitutto la politica di austerità. Se Napolitano comprende da un lato la necessità di «rendere vincolante una disciplina di bilancio rimasta gravemente carente dopo l’introduzione della moneta unica», dall’altro crede che sia giunto il momento di spezzare «un circolo vizioso ormai insorto tra politiche restrittive nel campo della finanza pubblica e arretramento delle economie europee». E inevitabile era il riferimento alla disoccupazione giovanile che ha raggiunto livelli troppo elevati in particolare nel Sud Europa, argomento già introdotto da Schulz che, rifacendosi al discorso di fine anno del Presidente Napolitano, aveva citato la lettera e la testimonianza di Veronica, giovane laureata, disoccupata da troppo tempo ma tenacemente e giustamente non pronta ad arrendersi.

Poi le «troppe esitazioni, divergenze e lentezze» con cui si sono mosse le istituzioni europee in certi frangenti a causa di «anacronistiche chiusure e arroccamenti nazionali in campi che dopo l’introduzione dell’Euro non potevano rimanere presidiati dalla sovranità nazionale».

In terzo luogo, l’incapacità della classe politica di coinvolgere la cittadinanza nel processo di integrazione europea: «nella crisi di consenso popolare di cui l’Unione Europea e il processo di integrazione stanno soffrendo – c’è tutto il peso del malessere economico e sociale che l’Unione non è stata in grado di evitare ; ma c’è anche il peso di una grave carenza politica, in varie forme, sul piano dell’informazione e del coinvolgimento dei cittadini nella formazione degli indirizzi e delle scelte dell’Unione».

Un problema che purtroppo già sette anni fa, all’indomani del fallimento dei referendum costituzionali, Napolitano denunciava asserendo: «Si stanno pagando le conseguenze di uno scarso sforzo per associare i cittadini alle grandi scelte dell’integrazione e unificazione europea, per diffondere nelle opinioni pubbliche di tutti i Paesi la consapevolezza degli straordinari risultati e progressi conseguiti in cinquant’anni e delle nuove, sempre più pressanti esigenze di rafforzamento dell’Unione Europea, della sua coesione e della sua capacità d’azione». Dopo anni di impasse su questo fronte serve un richiamo ai padri fondatori e alla loro “vista lunga”, tanto per la cittadinanza europea quanto o forse ancor più per la classe politica per arrivare a fare quel salto in avanti per «una politica europea, uno spazio pubblico europeo, dei partiti politici europei».

Un discorso di venti minuti di sana retorica europeista. Ma chi l’ha detto che la retorica è sbagliata? Chi l’ha detto che a procedere a suon di slogan possano essere solo i populisti anti europeisti? Ben venga la retorica europeista soprattutto in un momento in cui l’Unione Europea è messa sotto attacco: che si parli di Europa sempre, che si citino di continuo i suoi padri fondatori, che si ripetano all’infinito le sue conquiste.

In foto, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz alla plenaria di Strasburgo (foto European Parliament – 2013)

L' Autore - Valentina Ferrara

Vice-direttore - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche con una tesi in Storia dell'Integrazione Europea dal titolo "Unione Europea e discriminazioni". Ho sempre avuto la passione per il giornalismo, per il mondo della comunicazione e per l'Unione Europea, per questo non ho avuto alcun dubbio a partecipare alla creazione di Europae, la fonte d'informazione che sono sempre andata cercando.

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