martedì , 17 ottobre 2017
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Bielorussia
By Daniel van der Ree, The Netherlands - Own work, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=511998Liashko

Bielorussia, in piazza contro la tassa “anti-parassiti” e la crisi economica

La Bielorussia di Aleksandr Lukashenko è alle prese con una nuova ondata di proteste. Il 17 febbraio circa 2.500 bielorussi hanno protestato a Minsk e in altri centri del Paese per la controversa ‘tassa anti-parassiti’. Il provvedimento, che colpisce quasi 400.000 bielorussi che hanno lavorato meno di sei mesi l’anno, fu voluto nel 2015 dal presidente Lukashenko per contrastare il mercato nero del lavoro e per esortare i bielorussi a fare di più per l’economia nazionale. La tassa sui disoccupati, entrata in vigore solo lo scorso febbraio, ammonta a 250 dollari, una cifra considerevole se si tiene conto che il salario mensile medio è di 380 dollari.

Tassa posticipata, ma l’economia langue ancora

Il numero esiguo dei manifestanti non deve sorprendere perché la Bielorussia, spesso definita l’ultima dittatura d’Europa, è governata fin dalla sua indipendenza dall’Unione Sovietica da un regime autoritario incentrato sulla figura del presidente Lukashenko rieletto nel 2015 per la quinta volta alla guida del paese con l’83% dei voti. A differenza di altre manifestazioni, la particolarità di questa protesta sta nella sua spontaneità poiché solo dopo è intervenuta l’opposizione politica organizzata. Le proteste si sono registrate anche in numerosi centri minori del Paese, un fatto abbastanza inedito per la sua storia, conoscendo il loro apice il 25 marzo, quando il governo ha deciso di rispondere alle proteste con una raffica di arresti.

I manifestanti hanno ottenuto una parziale vittoria quando il 9 marzo Lukashenko ha accettato di posticipare di un anno l’entrata in vigore della tassa. La scelta del presidente sembra essere stata dettata non certo dalla paura che le opposizioni, deboli e isolate, possano prendere il sopravvento ma da diversi fattori, tra cui è preponderante la crisi economica del paese.

L’economia bielorussa arranca e il disagio sociale cresce. Questo ha portato probabilmente Lukashenko a non utilizzare fin dal primo momento il pugno duro con i manifestanti. La crisi economica è legata alle difficoltà dell’alleato principale, la Russia. L’economia bielorussa è strettamente dipendente da Mosca che vende a Minsk petrolio e gas a prezzi ridotti, grazie ai quali il regime di Lukashenko riesce a mantenere in piedi il suo sistema industriale a forte controllo statale. Inoltre, il 40% delle esportazioni bielorusse si dirigono a Mosca. La recessione che ha colpito l’economia russa, a causa anche delle sanzioni imposte al Cremlino dopo il conflitto in Ucraina, ha avuto diretta ripercussione su quella di Minsk. Il FMI stima che l’economia bielorussa tornerà a crescere solo nel 2018.

Rapporti tesi, ma la relazione con Mosca regge ancora

Nel frattempo, i rapporti con Mosca sono tesi per una nuova crisi del gas. Minsk, ritenendo troppo alti i prezzi di gas e petrolio, ha ridotto unilateralmente i pagamenti accumulando un debito sempre più grande fino a spingere i russi a ridurre le forniture. Lukashenko sembra affrontare questa sfida come una questione di orgoglio e sovranità nazionale e le trattative sono ancora in alto mare. La crisi economica ha anche indebolito l’Unione economica euroasiatica, il progetto d’integrazione economica dell’ex mondo sovietico sponsorizzato da Mosca che non ha ancora portato alcun beneficio concreto ai suoi membri. Le aperture di Lukashenko nel favorire il disgelo nei rapporti con l’Unione Europea e Stati Uniti sembrano essere la carta che il presidente vuole giocare con il Cremlino.

La possibilità che in Bielorussia si possa replicare quanto accaduto in Ucraina non sembra tuttavia un’ipotesi concreta. Le proteste rappresentano una reazione al disagio economico e sociale e non sono nate da un sentimento anti-russo in nome di una maggiore integrazione verso l’occidente. Il potere di Lukashenko è ancora ben saldo e le voci di chi ipotizzava la mano russa dietro le proteste sono poco attendibili. Sebbene non manchino i timori nell’establishment bielorusso che Mosca potesse fare leva sul sentimento di simpatia di cui gode nel paese, l’ultimo desiderio di Putin è quello di vedere il suo più stretto alleato alle prese con una crisi politica.

L’obiettivo di Lukashenko è di salvaguardare lo status quo sia nel paese e nelle relazioni internazionali. L’alleanza con la Russia non è in discussione e le aperture a ovest sembrano puramente strumentali. La reazione della popolazione bielorussa è comunque nuova e le parole di Lukashenko, che ha negato duramente la riproposizione di uno scenario ucraino, delineano un certo nervosismo da parte del regime bielorusso.

L' Autore - Federico Vetrugno

Classe 1991, pugliese. Ho conseguito la laurea magistrale con lode in Studi geopolitici ed internazionali presso l’Università del Salento. Sono da sempre un appassionato di storia, di geografia e di politica. Fra i temi che più mi interessano: le relazioni internazionali, la geopolitica e ovviamente l’Europa in tutte le sue possibili declinazioni, è per questi motivi che sono felice di poter contribuire a Europae.

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