venerdì , 17 agosto 2018
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Bosnia, la Bebolucija è una rivolta contro l’immobilismo

Slogan, cartelli, blocchi, anche a Sarajevo. Ma sono poche le analogie con le proteste di piazza Taksim. Non ci sono alberi e parchi da difendere, non c’è l’eco mediatica generata dai lacrimogeni e dagli sgomberi forzosi, non c’è nei manifestanti l’odio verso un presunto o aspirante tiranno che vuol decidere da solo il “bene” del popolo. A Sarajevo, ma anche a Banja Luka e Mostar, si scende in piazza per il motivo opposto: l‘immobilismo delle autorità.

Una situazione di stallo totale che va avanti dallo scorso febbraio, ma che ha origini più lontane, nell’accordo di Dayton del 1995, che pose fine alla sanguinosa guerra di indipendenza, creando una federazione composta da tre entità autonome: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (51% del territorio, abitato in maggioranza da croati e bošnjaci), la Republika Srpska (a maggioranza serba, 49% del territorio) e il Distretto di Brčko (493 kmq, creato nel 1999). Ma che soprattutto stabiliva, per gli organi federali, un rigido meccanismo di rotazione e suddivisione delle cariche e delle competenze tra le tre principali (numericamente) popolazioni (bošnjaci, serbi e croati), escludendo invece – violazione sancita dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo con la sentenza Sejidic-Finci, rispettivamente di etnia rom ed ebraica – le altre minoranze. In Bosnia pertanto ruota il Presidente della Repubblica (8 mesi ciascuno per i 3 eletti, la triade si rinnova ogni 2 anni), si alternano i ministri, si nominano ed eleggono in base alla nazionalità i parlamentari della Camera dei Popoli (15 membri, 3 per nazionalità) e dei Rappresentanti (42 membri, 14 per nazionalità), ma si congelano i provvedimenti.

Affinché sia approvata una legge federale infatti, è necessario che in aula siano presenti almeno un terzo dei rappresentanti di ognuna delle tre nazionalità, pertanto ciascun partito – ancora costituiti in base alla nazionalità – è in grado di bloccare da solo tutte le decisioni. Un rigido modello che ha rallentato per anni le attività di governo, tanto che di fronte al problema dei serbi del Nord del Kosovo, la possibilità di creare un sistema simile è stata una soluzione osteggiata sia dal Kosovo che dalla stessa Serbia.

A febbraio poi, come detto, la paralisi totale delle attività. Si discuteva della nuova legge relativa ai codici fiscali, necessaria causa l’annullamento di quella fino ad allora in vigore da parte della Corte Costituzionale bosniaca. I lavori si erano però arenati di fronte a due divergenti opinioni: da una parte i serbi di Bosnia, che volevano che dalla semplice lettura del codice e dei documenti si intuisse la nazionalità e l’appartenenza alla Republika Srpska; dall’altra croati e bošnjaci che preferivano invece un codice unico, che identificasse i nuovi nati semplicemente come “cittadini di Bosnia”.

La diatriba ha spinto i rappresentanti dei partiti “serbi” al rifiuto di partecipare a tutte le attività parlamentari (imitati poi da quelli di nazionalità croata), dando origine all’attuale stato di impasse, che crea una serie di problemi, ad esempio per i nati da febbraio in poi, che non possono avere né un codice fiscale né altri documenti, come il passaporto. Mancanza non da poco che, tra le altre cose, obbliga i loro genitori a stratagemmi per poter usufruire delle cure mediche presso il servizio sanitario nazionale ed impedisce loro di portare i propri figli all’estero in caso siano necessarie strutture più specialistiche.

Il caso che ha scatenato le proteste pare sia stato, appunto, quello di una bambina – poi deceduta il 16 giugno – che necessitava di cure all’estero (in Germania), ma che era impossibilitata a recarvisi per l’assenza di documenti. Da qui la discesa in piazza della popolazione, che per giorni ha assediato il palazzo del Parlamento – “obbligando” i propri rappresentanti al rilascio di un passaporto con procedura di urgenza – e bloccato il traffico chiedendo la nuova legge sui codici ed in generale il superamento dello stallo.

L’hanno chiamata “Bebolucija“, “Rivolta dei bebé”, in onore dei bimbi “sans-papiers”, ma la protesta si è estesa anche a Banja Luka e Mostar e ad altri temi, come i diritti degli studenti universitari, la tutela del patrimonio artistico e culturale, la richiesta di un’apertura verso l’Europa. E anche la domanda di provvedimenti per un’economia che, nonostante le risorse (carbone, ferro, bauxite, piombo, zinco) e le bellezze naturali, artistiche e culturali di cui dispone, fa della Bosnia uno dei Paesi più poveri d’Europa. Strascichi del ruolo rivestito nell’economia federale della ex-Jugoslavia – dove era bacino di materie prime per le industrie in Croazia, Serbia e Slovenia -, della guerra, ma anche dell‘immobilismo, che ha impedito qualsiasi forma di riconversione economica.

A placare la protesta non sono servite le varie proposte di soluzione, da quella di un provvedimento provvisorio sui codici a quella che invocava l’intervento dell‘Alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina e quindi della comunità internazionale. I cittadini bosniaci non vogliono un’altra soluzione provvisoria, chiedono una svolta, chiedono normalità, chiedono prospettive. Quelle che le attuali istituzioni, ancorate al principio della rotazione tra nazionalità non possono dare. Forse è il momento, anche per i partiti locali, di cominciare a parlare – nel rispetto ognuno della propria identità e cultura – non solo a serbo-bosniaci o a croati di Bosnia, ma ai “cittadini di Bosnia”. Sarebbe il primo passo per permettere loro di sentirsi, un giorno, cittadini d’Europa.

In foto, bandiere con il simbolo della Bebolucija per le strade di Sarajevo. (Foto: Damir Hajdarbašić, Radiosarajevo.ba)

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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