martedì , 14 agosto 2018
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Bretton Woods: dopo 70 anni, il disordine regna

«The economic health of every country
is a proper matter of concern to all its neighbours,
near or far
».

Settant’anni fa, gli Alleati si riunirono a Bretton Woods per la United Nations Monetary and Financial Conference, il 1° luglio 1944. Laddove gli accordi di Yalta e Potsdam stabilirono il nuovo ordine politico-militare mondiale, all’ordine del giorno, nella cittadina del New Hampshire, erano le questioni economico-monetarie. I lavori culminarono, il 22 luglio seguente, nel c.d. «Sistema di Bretton Woods», le cui due colonne portanti erano il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS, poi confluita nella Banca Mondiale).

Lo scoppio della 1^ Guerra Mondiale interruppe decenni di crescita economica e stabilità finanziaria iniziati con la Rivoluzione Industriale. Tra il 1914 e il 1944 regnò la disintegrazione globale. Prima il rifiuto degli Stati Uniti di aderire alla Società delle Nazioni e l’isolazionismo. Poi la Grande Depressione e le conseguenti politiche beggar-thy-neighbour – misure protezioniste quali l’innalzamento di barriere doganali e svalutazioni competitive –, che ogni Stato intraprese nel vano tentativo di proteggere l’industria patria dalla concorrenza estera.

Negli anni ’40 le nazioni si trovavano divise tra loro, ma determinate a evitare altre Guerre o catastrofi come la Crisi del ’29. La volontà di unità della conferenza di Bretton Woods non era dissimile da quella della dichiarazione Schuman, che segnò il primo passo verso l’Europa odierna. L’obiettivo a Bretton Woods era di organizzare un sistema economico, finanziario e monetario regolato a livello internazionale, che permettesse di commerciare senza tema d’improvvise svalutazioni e barriere tariffarie agli scambi di merci e capitali.

Tra le 44 nazioni alleate erano di fatto due le potenze ad affrontarsi per l’egemonia sul «mondo libero», Stati Uniti e Gran Bretagna. Avversarie, ma non alla pari: tra le Guerre il potere finanziario e militare si era spostato a New York e Washington e sul Regno pesava il debito di guerra contratto verso gli USA. Entrambe presentavano un proprio piano per regolare l’attività economica: per gli Stati Uniti il Piano White, per il Regno Unito il Piano Keynes. Contrariamente alla tradizione storica, questi due piani erano molto diversi tra loro.

Il Piano Keynes si basava sull’idea che le crisi economiche fossero causate da squilibri commerciali (oggi diremmo, macroeconomic imbalances). I Paesi in deficit nella Bilancia dei Pagamenti dovevano affrontare il costo di servizio del debito e non potevano consolidare la propria situazione finanziaria, mentre i Paesi in surplus avevano disponibilità monetarie con cui rimediare agli squilibri. Lord Keynes propose allora l’istituzione di una sorta di banca globale che fungesse da camera di compensazione. Con facoltà di battere moneta (il bancor) scambiabile in valute nazionali presso l’ICU a tassi di cambio fissi, presso di essa ogni Paese avrebbe avuto un conto corrente da azzerare ogni anno. Si persuadevano così i Paesi creditori a spendere il loro surplus nei Paesi in deficit, riequilibrando la BP.

Di converso, il Piano White prevedeva la costituzione di un fondo di stabilizzazione (l’FMI) – con compiti di vigilanza macroeconomica, che lasciava ai Paesi in deficit tutto il peso del riequilibrio – e della BIRS, incaricata di finanziare la ricostruzione dopo la guerra. Contrariamente al Piano Keynes, il Piano White mirava soprattutto a creare un vasto mercato per i prodotti americani e a consacrare gli Stati Uniti come potenza globale, con un diritto di veto de facto nell’assemblea del Fondo. Mentre White redasse delle regole per un sistema caotico e disgregato, l’idea di Keynes era che un comportamento cooperativo fosse conveniente, prima che «giusto».

White l’ebbe vinta e ancora oggi sopravvivono l’FMI e la Banca Mondiale. L’ultimo tassello venne aggiunto nel 1999, con la creazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Non sopravvisse invece il sistema di cambi fissi, crollato nel 1973. Dopo la Grande Recessione, il disordine economico sembra riaffiorare. Questo anniversario è oggi più importante che mai. L’impegno dei BRICS per la creazione della New Development Bank esprime chiara insofferenza verso l’ordine economico di Bretton Woods, che ne sottovaluta il peso economico e politico (nonostante la rivalutazione delle quote nel 2010). La crisi dell’euro e il relativo insuccesso delle politiche di austerità richiedono poi un ritorno allo spirito cooperativo tradito dalla conferenza del ’44. UE e Stati Uniti sapranno ascoltare?

Photo © janinsanfran, 2011, www.flickr.com

L' Autore - Sebastiano Putoto

Laureando magistrale tra Italia e Germania in International Business and Economics, con specializzazione in Macroeconomia. Nato e maturato a Bruxelles, emigrato presso le Università di Pavia, Tolosa e Tubinga, mantiene il suo campo base in territorio belga-fiammingo. E’ co-fondatore di TRAM:E (Teoria, Riflessione, Azione, Movimento: Europa). Poca dimestichezza con i confini, nazionali e individuali. Poliglotta.

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