giovedì , 22 febbraio 2018
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Brexit
Boris Johnson © BackBoris 2012 Campaign - www.flickr.com, 2011

Brexit: Boris Johnson attacca l’Unione Europea

di Francesca Grossi

A pochi giorni di distanza dal referendum che potrebbe cambiare radicalmente l’assetto dell’Unione Europea, nel panorama delle numerose dichiarazioni e prese di posizione in merito alla Brexit, riecheggiano le parole pronunciate il 14 maggio dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson: «l’Unione Europea sta perseguendo un obiettivo simile a quello di Hitler, cercando di creare un potente superstato».

L’impatto che queste parole hanno avuto è riconducibile essenzialmente a tre ragioni: sono state pronunciate durante un’intervista a un settimanale, il Sunday Telegraph, sono state espresse da un primo cittadino uscente e dal fatto che non si tratta del sindaco uscente di una città qualunque, ma quello della capitale europea del Paese che dovrà prendere posizione in merito al referendum.

La provocazione di Johnson

Il calibro delle dichiarazioni è tanto imponente quanto provocatorio. Imponente, perché si paragona un’unione sovranazionale di Paesi, che hanno volontariamente e deliberatamente scelto di farne parte, a una personalità dittatoriale al cui nome è legata una delle pagine più buie della storia del continente. Provocatoria, perché è proprio dalle ceneri di questa tragedia che è sorto il processo di integrazione pacifico, che ha condotto all’Unione attualmente composta da ventotto Stati membri. Con la Brexit proprio il numero dei Paesi membri potrebbe, per la prima volta nella storia dell’integrazione europea, diminuire invece che aumentare. Il significato politico è enorme. Basti pensare che un evento di questo genere non è stato previsto da nessuno dei Trattati europei, e come prevedere, d’altronde, mentre si stabiliscono le basi e gli strumenti di un’integrazione, clausole che ne prevedano una sua futura disgregazione?

Il significato economico non è da sottovalutare. Il continente europeo combatte da anni una crisi economica e finanziaria che ha generato ripensamenti e riadattamenti degli strumenti adottati, che ha condotto gli Stati ad attuare atteggiamenti autoreferenziali, che ha portato alcuni Paesi sull’orlo della bancarotta. Fino a che punto l’ennesima spinta centrifuga può destabilizzare l’assetto europeo? Un’analisi degli effetti di un eventuale divorzio del Regno Unito dall’Unione Europea non può prescindere dall’analisi di quella che è stata ed è la posizione britannica nell’Unione.

Il Regno Unito nell’UE a geometria variabile

Il Regno Unito ha aderito alla Comunità Europea solo in occasione del primo allargamento, nel 1973, e soprattutto, la posizione di Londra all’interno dell’Unione è stata ed è tuttora del tutto peculiare. Il Regno Unito, infatti, attualmente, giova del maggior numero di opt-out (quattro, contro i tre della Danimarca, i due dell’Irlanda e uno di Polonia e Svezia). Se già il loro numero riflette la volontà britannica di non volersi vincolare, ancora più rivelatori sono gli ambiti in cui l’opt-out è esercitato: l’Unione Economica e Monetaria; la possibilità per il Paese di essere chiamato in giudizio dalla Corte di Giustizia sulla base della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea; il voto a unanimità concernente le questioni di Cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale e, determinante soprattutto nell’attuale momento storico, la mancata adesione al sistema di Schengen.

Questo assetto a geometria variabile, di cui il Regno Unito è il principale esponente, non ha sicuramente favorito la coesione di cui necessitava l’Unione: il totale abbandono della nave europea può essere considerato come l’ennesimo shock cui è sottoposto un sistema già provato da numerose fonti di crisi, o può più semplicemente essere l’ultimo passo di un percorso contraddistinto da una mai totale convinzione.

Incertezze sulla Brexit

I sondaggi e le previsioni concernenti i risultati di quanto accadrà alle urne nel prossimo 23 giugno evidenziano un esito quanto mai incerto: entrambe le posizioni, favorevoli e contrari, si attestano su una percentuale di poco più del 40% e, almeno fino a pochi giorni fa, con un leggero vantaggio per i “Leave”, di cui Johnson è uno degli inevitabili esponenti.

Il risultato rimane quindi del tutto incerto: quello che è certo invece è che quello di fine giugno sarà indubbiamente uno dei referendum più seguiti dalla storia europea, potendo scrivere con un sì alla Brexit una delle pagine più impreviste del percorso europeo, e potendo aprire nuovi fronti di sfida, tra cui sviluppi verso un’indipendenza della Scozia che mai come in questo caso sarebbe prossima a una svolta.

L' Autore - Redazione Europae

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