lunedì , 26 febbraio 2018
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Brexit
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Brexit: la settimana più difficile per l’Europa

Il 23 giugno oltre 17 milioni di cittadini britannici hanno votato per lasciare l’Unione Europea al referendum indetto dal governo di David Cameron. Solo 16 milioni hanno votato per rimanere: il Leave ha vinto 52% a 48%. Il Primo Ministro inglese si è dimesso la mattina dopo, annunciando che non sarebbe stato lui ad attivare il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione. Qui di seguito, il riassunto della settimana.

I conservatori verso il congresso

Il partito conservatore è stato abbastanza diviso durante tutta la campagna elettorale, con David Cameron a guidare il fronte del Remain e Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra, a guidare la campagna per l’uscita. Con le dimissioni di Cameron, il partito cerca un nuovo leader: ma giovedì 30 giugno Johnson si è inaspettatamente ritirato dalla competizione “That man cannot be me”, ha detto, parlando del prossimo Primo Ministro inglese. Il voltafaccia si spiega con il tradimento interno del Ministro della Giustizia Michael Gove, che il giorno prima aveva deciso di abbandonare Johnson e di correre da solo per la leadership. A contendersi il titolo saranno quindi Gove, convinto sostenitore del Leave, e il Ministro degli Interni Theresa May, che ha fatto campagna per il Remain, anche se è nota per essere euroscettica. Il Regno Unito ha bisogno di un Primo Ministro che creda nella Brexit, ha detto Gove candidandosi. La nuova leadership dovrebbe essere nominata entro il 9 settembre.

La crisi del Labour

Il partito laburista, al contrario dei conservatori che erano divisi, ha ufficialmente sostenuto la campagna per il Remain. Ma secondo diversi deputati Labour e osservatori, il segretario Jeremy Corbyn non è riuscito a scaldare la campagna elettorale, forse perché lui stesso non è mai stato un convinto sostenitore dell’UE. Nei giorni seguenti alla Brexit, 20 membri del governo ombra di Corbyn si sono dimessi o sono stati sostituiti, e 172 parlamentari Labour hanno votato una mozione di sfiducia contro di lui, mentre solo 40 lo hanno sostenuto. Ed Miliband gli ha chiesto di dimettersi, oltre a molti esponenti del suo partito. Durante un’audizione alla Camera dei Comuni, persino David Cameron gli ha suggerito di lasciare: “for heaven’s sake man, go”. Nonostante tutto, però, Corbyn non si è ancora dimesso. Il suo fedelissimo John McDonnel ha detto anzi che non andrà da nessuna parte.

Nel frattempo, in Europa

La reazione europea è stata un susseguirsi di vertici: sabato 25 i Ministri degli Esteri dei 6 Paesi fondatori, il vertice fra Hollande, Merkel e Renzi il 27, il Consiglio Europeo e la seduta plenaria del Parlamento Europeo. Finora la posizione dell’Unione è di aspettare che l’articolo 50 sia ufficialmente attivato dal Regno Unito: non ci saranno negoziati informali prima, hanno ribadito i 27, così come Tusk e Juncker. Se il Parlamento ha approvato una mozione per chiedere che l’articolo sia attivato il prima possibile, il Consiglio sembra più cauto, frenato in particolare da Angela Merkel, che pare voler lasciare più tempo agli inglesi. Stati membri e Commissione sono anche d’accordo su alcune condizioni negoziali: per entrare nel mercato unico i britannici dovranno accettare le quattro libertà, compresa la libera circolazione delle persone. “Non ci sarà un mercato unico à la carte”, ha chiarito Donald Tusk.

I toni della plenaria sono stati piuttosto accesi. Juncker ha chiesto all’euroscettico inglese cosa facesse lì, visto che vorrebbe uscire dall’Unione, mentre lo stesso Farage nella sua replica ha detto ai suoi colleghi che quasi nessuno di loro ha mai fatto un vero lavoro in vita sua. L’UE ha già una squadra pronta a seguire il negoziato, che sarà guidata dal diplomatico belga Didier Seeuws, ex capo dello staff di Herman Van Rompuy. Intanto, dai Paesi dell’est sono arrivate critiche alla Commissione: il Ministro degli Esteri ceco ha detto che Juncker dovrebbe dimettersi.

Nicola Sturgeon, Primo Ministro della Scozia, è stata ricevuta a Bruxelles in settimana. La Scozia ha votato a maggioranza per rimanere nell’Unione e Sturgeon ha annunciato che avrebbe fatto di tutto per permetterlo. Da Bruxelles però ci sono state poche aperture: al momento l’unica possibilità sembra un secondo referendum per l’indipendenza scozzese.

Una corsa per rimpiazzare Londra?

Sia il Financial Times che il Wall Street Journal hanno elencato le città che potrebbero contendere a Londra il titolo di capitale finanziaria, se la Brexit dovesse diventare realtà. Le più accreditate sono Parigi e Francoforte, la prima perché già sede di multinazionali e per la posizione centrale, la seconda perché ospita la Banca Centrale Europea; ma anche Dublino, Lussemburgo e Amsterdam presentano condizioni favorevoli, per la presenza di manodopera qualificata e capace di lavorare in inglese e per le agevolazioni fiscali. Anche l’Italia si muove, e il 6 luglio il sindaco di Milano Beppe Sala incontrerà il Presidente dell’autorità bancaria europea, che ha sede a Londra, ma che dovrebbe spostarsi dopo la Brexit.

Cosa succederà adesso dopo la Brexit

Il voto britannico non è legalmente vincolante: il Regno Unito è  una democrazia rappresentativa, non diretta, e il referendum ha solo valore consultivo. Il Parlamento britannico deve quindi prenderne atto e dare mandato al governo di negoziare ufficialmente l’uscita dall’Unione Europea. In teoria può anche non farlo, ma sarebbe una scelta contraria alla volontà dei cittadini chiaramente espressa. Quando il governo riceverà il mandato parlamentare, chiederà formalmente all’UE di attivare la procedura di uscita prevista dall’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea. Le tempistiche non sono chiare: il candidato alla leadership Gove ha parlato di fine anno, altri di ottobre, quando il nuovo Primo Ministro sarà insediato. Dall’attivazione dell’articolo 50, Regno Unito e UE avranno due anni per negoziare l’uscita. Il periodo di tempo può essere esteso, ma occorre l’unanimità degli Stati membri.

Europae ha pubblicato un manifesto per una nuova Europa, disponibile qui

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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