giovedì , 22 febbraio 2018
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Bruxelles, la Capitale degli affaristi: le lobby nel cuore dell’Unione Europea

Dopo aver assistito alle presentazioni dei genitori degli altri, chi fa il pompiere, chi il poliziotto o l’agente di borsa, Nick Naylor si presenta davanti alla classe di suo figlio e racconta cosa fa di mestiere: il lobbista. Di fronte alla perplessità del pubblico di bambini, Nick spiega in cosa consiste il suo lavoro: lui permette alla gente di pensare senza farsi condizionare. Ad esempio, perché avere un preconcetto nei confronti delle sigarette? I dottori e i genitori dicono che fanno male, certo, ma non dovremmo essere noi a deciderlo, prima di tutto provandole? I bambini si guardano confusi mentre la maestra interrompe bruscamente il signor Naylor, che lavora per la potente industria del tabacco americana.

La scena non è avvenuta nella realtà, ma in un film di qualche anno fa, Thank you for smoking, che cercava di raccontare, con un’ironia a tratti macabra, cosa fa esattamente un lobbista americano e come vive le contraddizioni che questo lavoro molto particolare si porta dietro. L’argomento è più che mai sentito negli Stati Uniti, dove il lavoro delle lobby è costantemente seguito dai media e spesso duramente criticato. Un esempio recente è la discussione sulla libertà dei cittadini americani di girare armati, che si riaccende dopo ogni strage (l’ultimo caso è la strage di Newtown del dicembre 2012) e in cui l’influenza dell’industria delle armi è pesante e organizzata, fino a bloccare ogni proposta di restrizione al commercio di armi. Anche il settore finanziario è agguerrito: il colosso bancario Citigroup è riuscito a far inserire nel Dodd-Frank Act, la legge che dopo la crisi del 2008 intende regolare il mercato dei prodotti derivati, un lungo elenco di derivati esentato dalle restrizioni. Non è quindi un caso che Washington DC, con i suoi numerosi membri del Congresso e decisori politici in cerca di finanziamento, sia considerata la capitale internazionale delle lobby.

Solo una città può competere globalmente per quel titolo, anche se al momento è seconda in classifica: Bruxelles. La discussione e l’attenzione mediatica sul comportamento delle lobby è infatti lentamente arrivata anche in Europa. A Bruxelles si stima la presenza di circa 150.000 lobbisti, incaricati di seguire e influenzare il complesso procedimento legislativo dell’Unione Europea. In che misura ci riescano è purtroppo meno chiaro rispetto agli Stati Uniti, dove le posizioni delle lobby più grandi e rilevanti vengono difese in televisione e sui giornali e spiegate all’opinione pubblica anche quando questa è ostile. Quello che rimane segreto è, neanche a dirlo, il dietro le quinte, fatto di riunioni fumose nelle sale di qualche grande albergo (il termine lobby deriva proprio dall’abitudine di incontrarsi nella lobby degli alberghi). In Europa invece non c’è un vero tentativo di comunicare all’esterno le battaglie dei gruppi di interesse: della loro influenza si parla quindi poco, e magari come di attività oscure il cui effetto sulle politiche europee è spesso esagerato.

Sul tema è recentemente intervenuto l’Irish Times, con un articolo molto critico sui legami tra decisori politici europei e lobbisti attivi a Bruxelles. Viene citato come emblema di questo rapporto poco chiaro il caso del Commissario alla salute Jhon Dalli, dimessosi lo scorso autunno in seguito a un’indagine per corruzione avviata dall’OLAF, l’Ufficio Europeo per la Lotta Antifrode. Dalli è accusato di aver accettato denaro da un esponente dell’industria del tabacco svedese, interessato a un rilassamento della legislazione europea sul tema. A parte il caso Dalli, l’Irish Times critica direttamente l’eccessiva vicinanza tra le istituzioni dell’Unione e il mondo delle lobby, citando la partecipazione, giudicata inopportuna, del Commissario Maros Sefcovic al convegno “A guide to effective lobbying in the EU”, tenutosi lo scorso 31 maggio.

La risposta del Commissario Sefcovic è arrivata proprio durante il discorso tenuto al convegno. Sefcovic sottolinea come sia importante che nel processo decisionale e normativo dell’Unione i membri della Commissione, del Parlamento e del Consiglio prestino attenzione alle istanze di tutte le componenti interessate, gruppi di interesse inclusi. D’altronde non è detto che una lobby rappresenti le forze più potenti e oscure dell’economia: può anche difendere la causa ambientalista, i giovani e il loro futuro, una minoranza religiosa. Non bisogna poi pensare che i decisori politici dell’Unione siano facili prede delle lobby e delle loro proposte di legge: anzi, Commissari e membri del Parlamento hanno le competenze per capire cosa rientra nell’interesse generale dell’Unione e cosa no. Come prevenire però le possibili forme di corruzione o di eccessiva influenza? Nel 2011 l’Unione Europea ha creato un registro di trasparenza presso cui tutti i gruppi di interesse presenti a Bruxelles possono registrarsi volontariamente, fornendo informazioni accessibili al grande pubblico e permettendo così di controllarne l’operato.

I dubbi comunque restano: anzitutto perché l’iscrizione al registro è su base volontaria e i gruppi che non intendono comparirvi non sono obbligati in alcun modo, a prescindere dalla loro rilevanza, come dimostra il caso di Deutsche Bank, iscritta solo un mese fa. In secondo luogo perché il registro da solo non assicura necessariamente un comportamento corretto da parte dei funzionari europei. La responsabilità di prendere decisioni etiche ricade, in ultima istanza, su chi quelle decisioni le prende. La responsabilizzazione del personale europeo costituisce dunque la priorità per un processo di lobbying più trasparente.

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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