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Bulgaria, continuano le proteste a Sofia. La visita di Reding tra tensioni e voglia di cambiamento

Martedì mattina Viviane Reding, Commissario europeo alla giustizia, ai diritti fondamentali e alla cittadinanza, è stata in visita a Sofia, dove ha partecipato al 25° “Dialogo con i Cittadini”, un evento itinerante organizzato dalla Commissione Europea nell’ambito dell’Anno Europeo dei Cittadini 2013, iniziativa lanciata soprattutto per rendere i cittadini consapevoli dei diritti derivanti dalla cittadinanza europea e coinvolgerli sul tema del futuro dell’Europa.

La conferenza non poteva non affrontare con il tema delle proteste che interessano la Bulgaria da più di 40 giorni: migliaia di cittadini manifestano ormai quotidianamente chiedendo le dimissioni del governo e una svolta politica. Il Commissario Reding ha dichiarato la sua simpatia per chi protesta contro la corruzione e ha detto che questo fenomeno dimostra l’urgenza della riforma del sistema giudiziario e di una vera lotta alla corruzione. Nell’incontro con il Presidente della Repubblica Rosen Plevneiliev, Reding ha discusso in merito alla necessità di un consenso tra le forze politiche sulle riforme.

Il Commissario ha toccato un altro tema caldo: la libera circolazione di persone. Pochi mesi fa vi è stata l’ennesima bocciatura dell’ingresso nell’Area Schengen di Bulgaria e Romania. La Commissione ritiene che i due Paesi soddisfino i requisiti tecnici, ma è necessaria la decisione unanime degli Stati membri. In questo senso le posizioni dei governi nazionali sono spesso influenzate da logiche elettorali di breve termine e risentono dell’ondata di xenofobia diffusa nelle società europee a causa della crisi. Reding ha ammonito i governi del fatto che la retorica populista può attrarre consensi nel breve, ma può provocare danni che dovranno pagare le prossime generazioni. Si è dibattuto anche del futuro dell’UE: il Commissario si è detto favorevole a un’Europa politica con un governo (la Commissione) che risponda direttamente a un parlamento bicamerale, dunque con un Consiglio simile a un “senato”, costituito da rappresentanti degli Stati membri, e il Parlamento Europeo come “camera bassa”.

La visita si è tenuta in un clima molto teso. La Bulgaria si trova in un momento molto difficile. Il 14 giugno scorso, meno di un mese dopo la nascita del nuovo governo, sono iniziate aspre proteste a seguito della nomina a capo dei servizi segreti di Deljan Peevski, un politico già coinvolto in diversi scandali di corruzione. La nomina è stata ritirata pochi giorni dopo, ma le proteste non si sono placate. Da quel giorno un numeroso corteo percorre giornalmente il centro di Sofia chiedendo le dimissioni del governo ritenuto corrotto e colluso con i poteri oligarchici. Si è trattato di proteste in gran parte pacifiche fino a martedì sera, quando la situazione è degenerata.

Il 40° giorno di proteste, poche ore dopo l’intervento del Commissario Reding, le commissioni parlamentari bilancio e finanza stavano discutendo la modifica al bilancio del 2013. Nel frattempo i manifestanti hanno circondato il Parlamento decisi a non far uscire dall’edificio 109 persone tra deputati, ministri, tecnici e giornalisti. Verso le 22 locali, la gendarmeria ha caricato sui manifestanti per far uscire politici e giornalisti a bordo di un autobus. Si sono così verificati scontri con le forze dell’ordine che hanno provocato diversi feriti e costretto l’autobus a tornare indietro. Dopo il fallimento del primo tentativo, i manifestanti hanno costruito barricate bloccando ogni via d’uscita dal Parlamento. La polizia è riuscita a forzare il blocco solo alle 4 di mattina.

Bojko Borisov, leader del partito di opposizione GERB ed ex premier, invoca da settimane le dimissioni del governo. Il Segretario del Partito Socialista Bulgaro e presidente del Partito del Partito del Socialismo Europeo, Sergej Stanišev è del parere opposto. Diversa è la posizione di uno dei principali esponenti del suo partito, Ivajlo Kalfin, eurodeputato dei Socialisti e Democratici dal quale è arrivata un’apertura all’ipotesi di elezioni anticipate. Il Commissario europeo alla cooperazione allo sviluppo, Kristalina Georgieva, propone invece che il governo si concentri sull’apertura delle istituzioni al dialogo, sul miglioramento del recepimento e dell’utilizzo dei fondi europei, sulla lotta alla corruzione e sulla riforma del sistema giudiziario.

Negli ultimi giorni sono emerse prese di posizione da parte di politici e diplomatici stranieri. Gli ambasciatori di Francia, Olanda e Germania hanno espresso pubblicamente il loro sostegno ai manifestanti. Il Parlamento Europeo invece è diviso tra il PPE, sostenitore di GERB che invoca le dimissioni, mentre i socialisti ribadiscono il proprio appoggio alla coalizione di governo. Il movimento di protesta non è legato però a partiti o ideologie. Le persone scendono in piazza per manifestare contro la corruzione della classe politica in generale. Guardando le fotografie non si vede quasi nessun simbolo di partito, ma tantissime bandiere bulgare. Dopo l’assedio del Parlamento, le proteste hanno ripreso il loro corso pacifico. Il premier Plamen Orešarski si è detto aperto al dialogo, pur rifiutando l’ultimatum di GERB. Le probabilità di un ritorno alle urne o di larghe intese tra le forze politiche sembrano aumentate.

Dando uno sguardo più ampio possiamo però notare un disagio profondo e radicato. Nel 1989 è crollato un regime totalitario, ma al suo posto non è sorta una democrazia paragonabile a quelle occidentali. Si è creato un sistema politico ed economico fortemente corrotto, che concentra la ricchezza nelle mani di pochi, disincentiva gli investimenti esteri, non premia il merito e anzi spinge le persone talentuose ad emigrare verso Paesi nei quali hanno migliori possibilità di realizzarsi. Le proteste di massa, però, sono un segnale positivo. Esse testimoniano che l’esistenza di una società civile che non vuole arrendersi di fronte a questa situazione. Tenendo conto che, dal dopoguerra, in Bulgaria ci sono state fasi di protesta simili solo durante l’inizio della transizione (1990-1997), si potrebbe pensare che siamo di fronte a una svolta paragonabile a quella del 1989.

In foto una folla di manifestanti nel corso delle proteste iniziate a Sofia lo scorso giugno (Foto: Flickr, utente bmwspirit). 

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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6 comments

  1. Argomentazioni chiare. Ma ho sempre molti dubbi sugli accostamenti tra quello che avviene oggi e l’89. Lo si è fatto anche in Romania, quando lo scorso inverno si sono tenute le più imponenti manifestazioni anti-governative dalla rivoluzione che portò alla fine del regime comunista. Tutti a dire e scrivere che era un altro ’89. Poi è finita con un “golpe bianco” orchestrato da sinistra, liberali e liberali-nazionali, vidimato in seguito dal voto popolare. E in Bulgaria, a guardare i soggetti in campo e lo scenario sempre più probabile di nuove elezioni, non vedo chi possa fare da “rivoluzionario”. Nel senso che i partiti quelli sono e se la giocheranno tra loro anche alla prossima tornata. Sempre che il movimento non riesca a farsi partito. Cosa non così semplice, specie se si dovesse tornare molto presto alle urne.

    M.

    • Giuseppe F. Passanante

      Su questo non c’è dubbio, infatti in queste manifestazioni ci sono anche sostenitori di GERB, ma la maggior parte dei manifestanti sono contrari a tutte e quattro le forze politiche presenti in Parlamento che sono parte integrante del sistema contro cui si protesta. La voglia di cambiamento è paragonabile a quella del 1989, ma attori politici in grado di realizzare questo cambiamento per ora non ci sono. Non è da escludere che da queste manifestazioni sorga una sorta di partito o movimento “anticasta” che si candidi alle prossime elezioni, ma anche se ciò avvenisse bisogna vedere quali risultati riuscirà ad ottenere. Per ora, a mio avviso, il metodo più realistico per ottenere un miglioramento è la pressione combinata della piazza da una parte e delle istituzioni UE dall’altra.

  2. Caro Giuseppe, due domande. La prima: ma non è un po’ esagerato paragonare le proteste con la svolta dell’89? Lì c’era un partito unico e un’economia pianificata. La parola d’ordine era libertà. Oggi non si punta di certo a un cambio di regime, ma solo a una rimodulazione delle pratiche politiche. Le parole chiave sono trasparenza e lotta alla corruzione. Il paragone mi sembra un po’ forzato, onestamente.
    La seconda questione riguarda il commento in cui spieghi che il peso dell’estrema destra in Ungheria è maggiore rispetto a quello di Ataca in Bulgaria. Mi sembra che ci sia un possibile fraintendimento, nel senso che l’estrema destra magiara, cioè Jobbik, non appoggia né da dentro e né da fuori il governo Orban, che di estrema destra non è, per puntualizzare. Saluti,

    M.

    • Giuseppe F. Passanante

      Caro Matteo, inizio dalla seconda domanda, la meno complessa. Certo, Fidesz fa parte del PPE, ma sinceramente non vedo un legame forte tra le loro politiche populiste e lo spirito di Adenauer e De Gasperi. E’ in quel senso intendevo dire che il peso dell’estrema destra è maggiore, il peso delle politiche populiste a prescindere da come viene etticchettato il partito che le propone. Capisco che avrei dovuto essere più preciso.
      Per quanto riguarda la prima domanda che hai posto, possiamo dire che dal 1989 è cambiato molto meno di quel che sembra. Trasparenza (glasnost) era anche uno dei motti di Miša Gorbačëv. In Bulgaria, invece, Ekoglasnost era un’associazione ambientalista dissidente formatasi nel 1989 e poi confluita nell’Unione delle Forze Democratiche. In realtà di trasparenza ce ne è stata poca. L’economia non è più pianificata dallo Stato, ma non è neanche una vera e propria economia di mercato basata sulla concorrenza leale. Le privatizzazioni sono state condotte, possiamo dire anche pilotate, dalla nomenklatura che si è saputa riciclare molto bene nel nuovo sistema. Gli oligarchi di oggi o i loro familiari, prima del “Grande cambiamento”, amministravano aziende o enti statali. Alcuni di quelli che negli anni ’90 si presentavano come i più grandi lottatori per la libertà, erano fortemente compromessi col regime. Non c’è un partito unico, ma a detta dei manifestanti è come se ci fosse. Cambiano i partiti al governo, ma i poteri oligarchici restano indisturbati. Se negli anni ’90 ci fosse stata una vera transizione forse oggi non ci sarebbero state queste proteste. Ma il fatto che si sono vuol dire che si tratta di un evento importante. In Bulgaria non sono un evento frequente, non ci sono stati eventi paragonabili al ’56 polacco-ungherese, non c’è stata una “Primavera di Sofia”. Da quando si è insediato il governo di Ivan Kostov nel 1997 tutti i governi hanno portato a termine il loro mandato e non ci sono state manifestazioni di piazza di rilievo, pur essendo stato un periodo difficile. Un proverbio bulgaro dice: “una testa ubbidiente non viene tagliata dalla spada”. Non possiamo quali risultati porterà, ma un’ondata di manifestazioni che dura da più di un mese e mezzo e non sembra intenzionata a fermarsi è un evento senza precedenti.

  3. Sarebbe interessante sentire la posizione dei socialisti nel Parlamento Europeo sulla simbiosi del partito socialista bulgaro con il partito xenofobo e di estrema destra Ataca. Ė solo grazie ai voti favorevoli di Ataca che il governo di Orešarski sta al potere.

    • Giuseppe F. Passanante

      Caro Rumen,
      Purtroppo i partiti europei sono molto riluttanti a muovere critiche a governi di Paesi membri. Anzi, di solito il partito di governo del Paese membro gode della protezione del partito europeo del quale fa parte. In Ungheria ad esempio, dove l’estrema destra ha un peso politico ancora maggiore, il governo di Orbán ha l’appoggio del PPE. Nel caso bulgaro, inoltre, c’è da tenere in considerazione che il Partito del Socialismo Europeo e il BSP sono presieduti dalla stessa persona: Sergej Stanišev. Tuttavia, come accennavo nell’articolo, è proprio da un eurodeputato socialista, Ivajlo Kalfin, che è arrivata un’apertura all’ipotesi di elezioni anticipate proprio per il fatto che il governo dipende dall’appoggio esterno di Ataka.
      C’è chi sostiene che le istituzioni dell’UE debbano intervenire quando ci sono violazioni dei principi fondamentali, c’è chi teme che simili ingerenze possano aumentare l’euroscetticismo. E’ un dibattito interessante, recentemente ne ha parlato anche Presseurop: http://www.presseurop.eu/it/content/editorial/4006071-stato-di-diritto-tutti

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