martedì , 17 ottobre 2017
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© Xenaia - Flickr

Catalogna e la lente della storia, l’indipendentismo spiegato bene

Quando due schieramenti si fronteggiano, come in questi giorni in Catalogna utilizzando tutte le armi dialettiche e legali a disposizione, è spesso difficile discernere uno spicchio di verità, e per farlo bisogna destarsi dal torpore e consultare qualche (noioso, ma prezioso) volume di storia, tanto più che oggi la Storia con la esse maiuscola dista da noi solo qualche click di mouse o qualche passo dalla biblioteca.

Di fronte alla sfida muscolare che oppone Madrid a Barcellona, che riempie pagine e telegiornali da settimane, occorre cerchiare di rosso tre date: 1714, 1934, 1978. Partiamo dalla data centrale, il 1934, poiché avvenne qualcosa di straordinariamente simile a quanto possiamo vedere oggi.

Dalla prima dichiarazione di indipendenza alla guerra civile

Lluis Companys, il presidente della Generalitat (l’organismo amministrativo-istituzionale della Catalogna, si chiama così ancora oggi), si affacciò al balcone di piazza Sant Jaume, a Barcellona, proclamando l’indipendenza dalla Repubblica Spagnola con le seguenti parole [1]:

Catalani! Le forze monarchiche e fasciste, che da tempo stanno cercando di assassinare la Repubblica, hanno raggiunto il loro obiettivo e hanno preso il potere. I nuclei di potere che hanno predicato per anni l’odio e la guerra contro la Catalogna sono ora al centro della scena pubblica spagnola. La Catalogna innalza la sua bandiera! Il governo della Generalitat rompe a partire da ora qualsiasi relazione con le false istituzioni spagnole

La dichiarazione unilaterale di indipendenza durò poche ore: Companys, assieme ai suoi collaboratori, venne arrestato il 7 ottobre 1934, nemmeno 24 ore dopo il discorso inaugurale della neonata Repubblica. Per i catalani fu il prodromo di ciò che avvenne due anni dopo: il 1936, come noto, fu l’anno d’inizio della guerra civile europea più famigerata del Novecento, un conflitto che oppose il Fronte Popolare (composto da socialisti, comunisti e anarchici) alle falangi monarchiche di Franco.

La guerra civile – testimone ne è l’indimenticabile quadro “Guernica” di Pablo Picasso – fu particolarmente cruenta in Catalogna: i militari franchisti, leali al Re, odiavano più di tutto proprio il ribellismo catalano, che era irrorato di robusti contributi anarchici e marxisti. La Catalogna divenne la culla di tutti i popoli europei oppressi dal fascismo: migliaia di volontari italiani, francesi e greci si unirono alla lotta antifascista e anti-centralista di Barcellona. Ma tutto questo non bastò: Francisco Franco, anche grazie al supporto di Hitler e di Mussolini, vinse la guerra civile e Barcellona fu l’ultima grande città ad arrendersi, il 26 gennaio 1939. La dittatura franchista, lunghissima e intransigente, significò l’inizio di una traversata nel deserto per i catalani: la loro lingua e le loro tradizioni furono messe fuori legge, dando inizio a una repressione che si concluse solo con la transizione democratica del 1975 e con la nuova Costituzione del 1978 – su cui torneremo dopo.

1714: la Diada e la Guerra di Successione

L’antipatia, o per meglio dire l’incomprensione reciproca, tra Madrid e Barcellona datava ben prima della guerra civile: bisogna tornare indietro perlomeno all’11 settembre 1714, per capirci qualcosa. Oggigiorno quella data è la Diada, la giornata in cui la bandiera estelada della Catalunya svetta in tutti i municipi della regione, al fine di commemorare la perdita dell’indipendenza dallo stato centrale.

Gli indipendentisti catalani, difatti, ritengono che l’atto conclusivo della Guerra di Successione spagnola[2] (un conflitto dimenticato, ormai), vale a dire la vittoria di Filippo V di Borbone nell’assedio di Barcellona, abbia segnato l’inizio della sottomissione catalana nei confronti di Madrid. Fino a quel momento, la Catalogna era stato un Principato facente parte della Corona castigliana (la Corona spagnola è il frutto del matrimonio tra Ferdinando II di Castiglia e Isabella d’Aragona nel 1469, ndr), ma sempre in maniera riluttante, e godendo quindi di un certo grado d’autonomia. Dopo la Diada, invece, la repressione borbonica fu feroce e similare a quella esercitata dai franchisti due secoli dopo.

Una costante della storia catalana, a ben pensarci, è il senso di esclusione, presunto o vero che sia: sui libri di testo su cui oggi studiano i ragazzi catalani, la Corona spagnola è dipinta come un’entità non certo benigna, e non solo per le tragiche ragioni che abbiamo visto. Il problema è anche economico: Barcellona si è sentita sempre l’ancella di un Impero, quello spagnolo, che nel Seicento aveva raggiunto una grandezza impressionante, estendendosi dall’Europa fino al Sudamerica, passando per le Americhe centrali. La Corona dominava il mondo conosciuto ed esigeva ricchi tributi dalla Catalogna, ma in cambio la regione sembrava trarne poco o nulla in termini di peso politico ed economico. Questa fu una delle molle che spinse la regione catalana ad appoggiare gli inglesi – in funzione anti-Borbone – nella già citata Guerra di Successione. E non è un caso che, anche ai giorni nostri, la Catalogna (terra di relativo benessere, che produce circa il 20% del Pil iberico) rinfacci a Madrid di utilizzare le “sue” tasse per tenere in piedi uno stato inefficiente, sclerotizzato e corrotto.

Dalla Costituzione del 1978 al referendum di ottobre

E veniamo quindi ai giorni nostri, alla Spagna recente partorita dalla Costituzione del 1978: un documento che doveva pacificare un Paese oppresso da quasi quarant’anni di dittatura. Molti pensavano che la natura federale e multi-linguistica – oltre che, ovviamente, democratica – del Paese iberico mettesse Madrid al riparo da rivendicazioni indipendentiste; tuttavia, come noto, si trattò di un sogno di mezza estate, poiché il terrorismo dell’Eta (che era già attiva durante l’epoca di Franco[4]) fu immediatamente una spina nel fianco per gli esecutivi spagnoli di qualsiasi colore. La Catalogna, negli anni più duri del terrorismo basco, si schierò solidalmente a favore dell’unità nazionale, senza mai appalesare cedimenti o simpatie per i metodi terroristici dell’Eta. Cionondimeno, dopo il ritiro dalla vita politica di Jordi Puyol, il “padre-padrone” della Catalogna che governò dal 1980 al 2013, vi fu l’esigenza dei catalani di porre in discussione la struttura dello Stato: l’approvazione di un nuovo Statuto catalano (2006), che prevedeva un’ulteriore devoluzione dei poteri a Barcellona, fu il segno che la ruota della storia si stava ancora una volta spostando verso una competizione spinta tra Madrid e Barcellona, seppur allora prevalessero i pareri ottimisti – dato che il nuovo Statuto era stato approvato sia dal Parlamento spagnolo sia dal Parlament catalano.

Il resto è storia recente: il ricorso presentato dal Partito Popolare Spagnolo contro lo Statuto Catalano (dichiarato incostituzionale nel 2010 dalla sentenza n.31 della Corte Costituzionale di Spagna), l’avanzata impetuosa dei partiti indipendentisti nel parlamento catalano, il primo referendum consultivo del novembre 2014, il rapporto pessimo tra il primo ministro spagnolo Rajoy e il presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont. Fino ad arrivare alle nostre settimane, al referendum del 1° ottobre 2017, segnato dalle irruzioni della Guardia Civil nei seggi “illegali” costituitisi nelle scuole di Barcellona, Lleida, Girona e tutte le altre città catalane.

Saranno solo le prossime settimane a dirci se siamo alla puntata conclusiva di un dramma che dura ormai da molti secoli.

Non solo Catalogna: il vento indipendentista sull’Europa

La congiuntura storica attuale ha visto numerosi fenomeni indipendentisti [5], che hanno ottenuto un buon successo nelle urne: la Scozia, nel settembre 2014, respinse l’indipendenza, ma i voti a favore della secessione dal Regno Unito furono ben il 45.5% – e tra i giovani sotto i 30 anni l’indipendenza vinse.

In Belgio, l’Alleanza neo-fiamminga ha ottenuto circa il 20% dei suffragi e propone una graduale secessione delle Fiandre da Bruxelles. Altri fremiti indipendentisti attraversano, seppur con minore vigore rispetto ai casi catalani e scozzesi, la Corsica e l’Italia settentrionale. Se l’opinione prevalente, fino a qualche anno fa, era che l’integrazione politica europea avrebbe fatto decadere il mito dello stato nazionale, ora – dopo la Brexit e l’appannamento generale del progetto europeo – la situazione sembra volgere verso un contemporaneo sgretolamento dell’Ue e degli stati nazionali, seppur in un contesto molto fluido (dato che gli indipendentisti catalani e scozzesi professano di essere ancora europeisti).

I fallimenti politici ed economici dell’Ue, la debolezza degli Stati sovrani nel regolare la globalizzazione e lo screditamento progressivo delle famiglie politiche tradizionali non possono che portare alla tentazione di costruire – o ricostruire – una “nuova patria”, depurata dalle scorie del mondo attuale, dove si possano proiettare tutte le utopie e le pulsioni a cui l’Unione Europea e gli stati nazionali non hanno saputo dare risposta.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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