martedì , 20 febbraio 2018
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Croazia e UE: tensione per il mandato di arresto europeo

Dopo soli 59 giorni dall‘ingresso della Croazia nell’Unione Europea, i rapporti hanno iniziato ad incrinarsi. Zagabria non ha rispettato un importante termine stabilito dalla Vicepresidente della Commissione Europea Viviane Reding, rischiando così di veder scattare le sanzioni di Bruxelles per il mancato rispetto degli obblighi assunti con la sottoscrizione dell’Accordo di Adesione all’Unione Europea. Il riferimento è all’attuazione del mandato d’arresto europeo, uno strumento rispetto al quale le interpretazioni del governo di Zagabria e dell’esecutivo comunitario divergono profondamente: la Croazia ha adottato un emendamento (ribattezzato “Lex Perkovic” dalla stampa) approvato dal Sabor, il parlamento croato, solo tre giorni prima dell’adesione alle norme sul mandato di arresto europeo. Da Bruxelles, invece, si cerca di mettere in evidenza come le norme stesse siano state rese meno rigide, consentendo l’estradizione solo per i reati commessi dopo il 2002.

A farla franca, sempre secondo l’UE, sarebbero i responsabili dei crimini internazionali commessi durante la presidenza di Franjo Tuđman, nella ex Jugoslavia. A suscitare maggiori polemiche sarebbe il caso dell’ex capo dei servizi segreti croati Josip Perkovic, accusato e ricercato da tempo per un omicidio che avrebbe compiuto nel 1983 a Monaco. “La presa di posizione della Croazia significa sostanzialmente che alcuni criminali sospettati di aver ucciso, negli anni del regime comunista, emigranti croati sul territorio di un altro Paese membro dell’UE possono continuare a nascondersi dietro alle frontiere croate”-ha affermato Mina Andreeva, portavoce della Commissione europea- “la prossima settimana, la Vicepresidente Reding informerà sul caso tutti i componenti della Commissione, chiedendo che si decida ai sensi dell’art. 39 dell’Accordo di Adesione della Croazia all’UE, che prevede l’attuazione di ‘misure adeguate’. Inoltre la vicenda sarà portata all’attenzione anche del Consiglio dei Ministri della Giustizia, che si riunirà ad ottobre. Una procedura anticipata nella lettera inviata al Ministro della Giustizia croato”. Il mandato d’arresto europeo, pilastro portante all’interno della cooperazione europea, era una delle disposizioni alle quali la Croazia aveva deciso di adeguarsi per il via libera all’adesione.

L’emendamento, a quanto pare, non è piaciuto affatto all’UE. La Vicepremier e Ministro degli Affari Esteri e Comunitari, Vesna Pusić, ha ribadito la necessità di procedere prima con l’adeguamento della legge nazionale (la già citata “Lex Perković”) con le norme europee e soltanto successivamente, solo eventualmente, chiedere nelle sedi comunitarie competenti di avviare la procedura di modifica del mandato di arresto europeo. “Il mandato d’arresto europeo è in vigore e la Croazia deve adeguare la propria legge agli standard europei vigenti in materia”, ha dichiarato la Pusić. “Nel caso esistano un’iniziativa, la necessità o il desiderio di avviare in ambito europeo modifiche al riguardo, questo può essere fatto dopo. Ad esempio, la Croazia potrebbe farsi portatrice di un’iniziativa volta a parificare i ‘vecchi’ e i ‘nuovi’ Paesi membri’. Ripeto, però – ha insistito la Pusić –, al momento si può procedere soltanto con l’adeguamento della legge croata, il che nella sostanza significa la modifica di un solo articolo: la cancellazione della limitazione temporale stabilita nell’anno 2002″.

Il 28 agosto il governo croato ha fatto sentire la propria voce. Una fonte anonima del governo ha spiegato al giornale Jutarnji list che “esistono Paesi che in vari modi riescono ad eludere l’applicazione del mandato e altri che hanno diritto alla sua limitazione. Noi chiediamo lo stesso trattamento che hanno gli altri e solo nel caso venga dimostrato che la Croazia non abbia ragione, allora la legge verrà cambiata”.

Una “luna di miele” a quanto pare breve quella tra la UE e la Croazia, quest’ultima ora minacciata da sanzioni destinate a congelare una parte dei fondi europei o anche di ritrovarsi tagliata fuori dalla possibilità di entrare nel sistema di Schengen, che legittima la sospensione dei controlli alle frontiere sui cittadini all’interno dei confini comunitari. Se la questione appare ingarbugliata, una modifica dell’emendamento croato sarebbe forse auspicabile per riportare in auge il principio di leale collaborazione, baluardo tanto osannato e ancora troppo poco rispettato.

In foto:  il Ministro degli Affari Esteri e Comunitari della Croazia, Vesna Pusić, a una conferenza stampa a Bruxelles. (Foto: European Commission).

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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