giovedì , 22 febbraio 2018
18comix
Ventimiglia
Photo © xiquinhosilva - www.flickr.com, 2009

Da Sarajevo a Ventimiglia: i fallimenti dell’UE

Il 26 giugno 1995 circa 2.000 persone, tra cui diversi parlamentari europei, si recarono a Cannes per consegnare un documento ai Capi di Stato, riuniti per un Consiglio Europeo. Da 4 anni imperversava la guerra nei Balcani, e da 3 anni la Bosnia ne era stata coinvolta; da qualche mese la sua capitale multietnica, Sarajevo, era tenuta sotto assedio dalle truppe serbe. Il documento, firmato da innumerevoli politici e intellettuali europei (Daniel Cohen-Bendit, Alex Langer, Antonio Tajani, Bernard Kouchner, solo per citarne alcuni) chiedeva ai leader europei di abbandonare l’atteggiamento neutrale incapace di distinguere tra carnefici e vittime, di intervenire a favore di queste ultime, di aprire finalmente alla Bosnia le porte dell’Unione Europea. La frase conclusiva che quell’appello poneva era definitiva, lapidaria: l’Europa muore o rinasce a Sarajevo.

La chiusura della frontiera a Ventimiglia

Perché ricordare oggi quell’appello, al di là del suo anniversario ventennale? Ci sono almeno due buone ragioni: la prima è di carattere geografico, in quanto Cannes non è per nulla lontana dalla Ventimiglia che in questi giorni ha invaso, suo malgrado, i principali media italiani ed europei. La seconda è di carattere politico, in quanto, se la guerra nei Balcani e l’assedio di Sarajevo hanno rappresentato la sfida maggiore degli anni Novanta per l’Europa intesa come attore globale, le guerre nel Medio Oriente e nel Nord Africa e il flusso migratorio conseguente rappresentano la sfida maggiore per l’Europa in questo decennio.

La presenza (più che le immagini) di quelle decine di persone aggrappate agli scogli rossi di Ventimiglia, assieme alle altre centinaia stipate nelle stazioni di mezza Italia, da giorni in attesa della riapertura dei confini (o per meglio dire, della fine dei controlli alle non più esistenti frontiere), dovrebbero obbligare gli Stati dell’Unione Europea a uno sforzo politico, più che umanitario.

Politico, in quanto andrebbe a rinforzare le basi sulle quali pone l’intera architettura europea: la solidarietà (tra Paesi membri, ma non solo), il rispetto dei diritti umani, l’anelito di pace. Non si pensi a questi principi come a degli ideali: sono principi concreti (se ci si crede davvero, come l’Europa dice di fare), che richiedono azioni concrete. Il blocco dei controlli alle frontiere, un sistema di quote per l’accoglienza dei rifugiati, un impegno diretto e profondo nella risoluzione del conflitto libico prima di tutto, anche a discapito di qualche interesse economico-commerciale.

La chiusura del confine francese di Ventimiglia (cioè la palese violazione dei principi sanciti con Schengen) rappresenta il caso emblematico, purtroppo non il caso isolato. Il muro che l’Ungheria si appresta a costruire al confine con la Serbia, l’aiuto economico inglese in cambio dell’indifferenza al problema, il silenzio di tanti altri Paesi membri (per non parlare della crescente intolleranza di una parte degli italiani) sono altri elementi che vanno a completare il quadro, sempre più a tinte fosche.

Da Sarajevo a Ventimiglia

Come andò a finire a Sarajevo, è storia purtroppo nota: l’Unione Europea che si defila lasciando il posto a NATO e ONU, la pulizia etnica di Srebrenica, gli accordi di Dayton firmati dagli stessi che si erano macchiati di crimini contro l’umanità.

Vent’anni dopo l’Europa non è morta, ma certo non dà segno di grande vitalità. Non l’Unione Europea economica o amministrativa, non l’Unione Europea dell’armonizzazione legislativa degli Stati membri, ma l’Europa dei principi, l’Europa dei valori, l’Europa attore globale e potenza di pace. I governi degli Stati membri si ritrovano incapaci di scelte coraggiose e non più rimandabili, capaci solo di esercizi muscolari di sovranità fini a sé stessi e alla prossima elezione, inadatti alla complessità della situazione, regolarmente impreparati rispetto alle situazioni di oggi e di un domani sempre più prossimo.

Sentire un politico entusiasta, ma certo molto realista come Romano Prodi affermare che la “sua” Europa (si legga, un’Europa che funzioni) non esiste più, non dona molte speranze a chi, nel progetto europeo continua a credere. Che l’Europa sia effettivamente morta a Sarajevo, vent’anni fa, e nessuno se ne sia accorto? A Ventimiglia, come a Lampedusa, a Kos, sulla frontiera ungherese o a Ceuta, si rischia di celebrarne il funerale.

L' Autore - Daniele Marchi

Studente presso l'Università di Torino, laureato a Trento in Studi Internazionali con una tesi su Alexander Langer ed il suo progetto per un corpo civile di pace europeo. Sono volontario di Operazione Colomba, corpo nonviolento di pace, con cui ho partecipato al progetto in Colombia, presso la Comunità di Pace di San Josè de Apartadò. Mi occupo di risoluzione pacifica dei conflitti, confidando che un giorno l'Unione Europea diventi potenza di pace.

Check Also

parlamento

Parlamento Ue, il nuovo assetto post Brexit

di Erica Gatti Nella seduta plenaria del 7 febbraio il Parlamento Europeo si è riunito a …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *