martedì , 20 febbraio 2018
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Danimarca e il “no” a Goldman Sachs: una riscossa civica?

Eccezione felice nel caos europeo, terra di eguaglianza sociale e dinamismo economico: questa è la visione della Danimarca al di fuori dei propri confini, in particolare in Italia, dove il Paese è presentato come esempio virtuoso di convivenza tra modelli economici apparentemente opposti: “socialismo” del Nord, fatto di welfare generoso e tasse alte per i ricchi, e flessibilità economica ai massimi livelli. Non a caso il nascente governo italiano ha messo tra le parole chiave la “flexsecurity” danese: un sistema in grado, cioè, di temperare le asprezze del capitalismo moderno con la sicurezza dello Stato sociale.

La realtà è però spesso più complessa e talvolta lo scontro tra posizioni differenti diventa inevitabile. I recenti eventi sono paradigmatici: la decisione del governo di coalizione, formato da centrodestra e centrosinistra, di privatizzare l’energia ha scatenato un putiferio fatto di petizioni online, sit in e alzate di scudi tra gli intellettuali più impegnati. Cos’è accaduto? Improvvisamente i danesi sono scettici sulle virtù salvifiche del mercato?

È indubbio che la parola privatizzazione sia vista, in maniera crescente, come uno spauracchio in mezza Europa: cedere quote di società pubbliche (o, comunque, di società con golden share pubblica) a privati non è certo il male assoluto. Diventa però un problema se i cittadini cominciano a non avere fiducia negli attori che compongono il mercato. In poche parole: il mercato non è più visto come libera interazione tra soggetti liberi, ma come puro arbitrio di pochi monopoli (i famosi “poteri forti”) in grado di orientare le scelte di lungo periodo di governi democraticamente eletti.

Il caso della Grecia aiuta a comprendere inoltre come vendere il patrimonio pubblico in periodo di crisi sia non solo socialmente pericoloso, ma anche economicamente discutibile, vista la stagnazione degli investimenti che investe ormai quasi tutto l’Occidente. Si rischia di svendere, insomma. In tal senso, il caso in questione è emblematico: la rivolta popolare – circa il 70% dei cittadini è contrario alla cessione – è scattata alla notizia che il maggior investitore pronto ad acquistare le azioni della Dong (il corrispettivo dell’italiana ENEL, per capirsi) era Goldman Sachs, assurta alle cronache mondiali nel 2008 come sinonimo di operazioni finanziarie spregiudicate, leva finanziaria ai massimi livelli, inchieste della magistratura su evasioni fiscali milionarie.

Per il contribuente medio danese, che finanzia con altissime tasse uno dei sistemi di welfare più importanti del mondo, è semplicemente inaccettabile pensare che una banca con questo “pedigree” possa entrare in una società pubblica. Non solo: Goldman Sachs avrebbe ricevuto poteri a cui nessun altro azionista ha diritto. In pratica Dong potrebbe cambiare amministratore delegato o direttore finanziario, compiere un’ampia acquisizione o emettere nuovi titoli solo con il suo via libera. Sotto accusa anche i piani di Goldman Sachs di amministrare la sua quota partecipativa tramite filiali in Lussemburgo, Delaware e isole Cayman, noti paradisi fiscali.

Il mix tra inchieste portate avanti contro la grande banca in mezzo mondo e condizioni vantaggiose concesse dall’esecutivo ha provocato un terremoto politico: il Partito Socialista ha deciso di lasciare la maggioranza, creando di fatto una situazione “italiana”. Larghe intese ristrette anche a Copenaghen. Il Partito del Popolo danese, definito da più parti populista e islamofobo, sta ovviamente lucrando consensi dalla vicenda, gridando all’incompetenza di un governo che svende i propri “gioielli”. Il populismo è diventato il principale nemico delle forze europeiste in vista delle prossime elezioni europee, ma sarebbe necessario chiedersi se a permetterne l’avanzata siano non tanto l’“ignoranza” o il pressapochismo dei votanti, quanto ragioni reali di dissenso su cui l’Europa e i governi nazionali non intervengono.

La vicenda danese è un monito anche per l’Italia e l’Europa: la crisi sta sconvolgendo modi di pensare e convinzioni radicate. Il rapporto tra cittadinanza e “libero mercato” nel futuro sarà sempre più segnato da diffidenza reciproca. Chi difende – in maniera sacrosanta – le ragioni dei mercati dovrebbe essere in prima linea per orientare questo cambiamento, non per criminalizzarlo. È logico ed anche auspicabile che i cittadini, sempre più informati e attenti alle questioni riguardanti il futuro dei beni pubblici, pretendano che i governi facciano di tutto per evitare progetti avventati di privatizzazione.

Nell’immagine, il palazzo dell’ambasciata danese a Londra (© Barney Jenkins, Wikimedia Commons).

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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