venerdì , 17 agosto 2018
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Denis Mukwege ha vinto il Premio Sakharov 2014

Il 26 novembre si è svolta al Parlamento Europeo la cerimonia di consegna ufficiale del Premio Sakharov per la Libertà di Espressione 2014, assegnato ad ottobre al dottor Denis Mukwege, che si è distinto per curare da oltre quindici anni le donne violentate nel conflitto nella regione dei Grandi Laghi in Congo. Nell’aula del Parlamento non è mancata la commozione e, alla fine del discorso del vincitore, si è levato dalla tribuna il canto spontaneo e pieno di gioia e allegria delle donne congolesi presenti in aula, che hanno mostrato entusiasmo e gratitudine verso il loro eroe nazionale.

Denis Mukwege ha ringraziato i rappresentanti degli Stati europei per aver voluto con questo premio attirare l’attenzione della comunità internazionale su quella che, come lui ha detto, è una delle massime catastrofi umanitarie dell’era moderna: la guerra civile nella parte orientale del Congo, in Kivu, che ha già causato circa 5 milioni di morti. Questa non è una guerra come le altre: infatti a differenza di quelle classiche, non si combatte tra uomini nei campi di battaglia, ma nei corpi delle donne, e la principale arma da guerra è la pratica degli stupri. Questi stupri non sono perpetrati per meri fini sessuali, ma fanno parte di una vera e propria strategia militare terribilmente efficace: colpire la donna, con mutilazioni genitali terribili, vuol dire distruggere le famiglie e quindi minare alle fondamenta le comunità locali. Le autorità governative del Congo sono ancora molto fragili e non riescono a mantenere il controllo su queste zone.

Il medico denuncia le istituzioni nazionali e i “signori della guerra” che permettono la diffusione di tanta violenza per motivi economici: i territori di questo Stato sono molto ricchi, se si pensa che il 60-70% del coltan mondiale si trova proprio qui. Ci sono le prove di un circuito di sfruttamento di tali risorse da parte dei gruppi armati, che annientano le popolazioni locali e schiavizzano donne e bambini. Eppure tutta questa ricchezza potrebbe essere la chiave per la ricostruzione del Paese, se solo fosse canalizzata in un commercio trasparente, a vantaggio soprattutto delle comunità del luogo. Il dottor Mukwege ha esortato l’UE a fare la sua parte, in particolare a tenere presente questa drammatica situazione nella proposta di regolamento per la gestione delle risorse minerarie provenienti da zone di guerra, e a rivitalizzare l’Accordo Quadro firmato a Addis Abeba nel 2013.

Ma non si potrà costruire nessun futuro di pace senza giustizia: Mukwege chiede da tempo l’istituzione di un Tribunale penale internazionale che risarcisca le vittime e sanzioni i responsabili. Con rabbia il medico lamenta l’impunità di questi criminali: l’accesso alla giustizia infatti, pur garantito alle donne, anche tramite i servizi legali offerti nella struttura del Panzi Hospital, si scontra con il costume sociale e con la paura di essere nuovamente stigmatizzate dalla comunità. Le leggi contro la violenza sessuale ci sono, ma non sono di fatto applicate.

Il dottor Mukwege è però ottimista. In questa settimana, in cui è stato ospite dell’Unione Europea, ha più volte espresso la speranza che questo premio, che ha dedicato alle donne coraggiose del Kivu, si concretizzi in azioni di aiuto e solidarietà. Si è infine rivolto al suo popolo, esortandolo a maggiore responsabilità e consapevolezza: “il nostro Paese è malato, ma possiamo guarirlo, e guarirà” ha detto alla fine del suo discorso in Parlamento.

Mukwege è esasperato dall’espressione “capitale mondiale dello stupro” con cui si indica spesso il Congo: la violenza sessuale non è un problema congenito del Paese, non è un fatto di cultura, ma un fenomeno che affligge solo le regioni orientali a causa della fame di ricchezza e dell’inefficienza del governo e contro il quale occorre intervenire subito, senza lasciarsi andare alla banalizzazione o all’inerzia.

La forza per combattere la sua guerra la trova nelle donne che, arrivate nelle sue strutture ospedaliere disperate e sole, col tempo e con la vicinanza delle proprie compagne, riconquistano il sorriso e la voglia di esprimersi con il loro corpo nel canto e nella danza, aspetti essenziali per la riabilitazione del fisico e dell’anima. Il futuro è dei bambini di queste donne, figli di stupri e violenze, ma che trovano assistenza e allegria nel nido dell’ospedale del dottor Mukwege e possono sognare un futuro diverso, di pace e giustizia.

L' Autore - Elisabetta Sartor

Studentessa all’ultimo anno di giurisprudenza all’Università di Udine. Vorrei raccontare l’impegno europeo per una maggiore tutela dei diritti, soprattutto degli ultimi. Scrivere mi dona felicità, è un modo per conoscere se stessi e la realtà multiforme e imprevedibile che ci circonda.

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