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Divisi sulla Siria, uniti contro i paradisi fiscali: il G8 di David Cameron

L’ampia agenda affrontata dai leader del G8 testimonierebbe la rilevanza che ancora oggi questo vertice assume a livello internazionale. Certo, un summit che esclude la seconda economia al mondo, quella cinese, per forza di cosa vede ridimensionata la propria portata. Tuttavia, l’incontro svoltosi nei giorni scorsi a Lough Erne, in Irlanda del Nord, sotto l’egida del governo britannico guidato da David Cameron, ha permesso ai Capi di Stato e di governo europei di approfondire personalmente i rapporti con i corrispettivi di Stati Uniti e Russia, soprattutto, su alcuni dossier particolarmente sensibili per l’Unione Europea, rappresentata al vertice da Herman Van Rompuy e José Manuel Barroso, a partire dalla situazione siriana e la lotta all’evasione e l’elusione fiscale.

In realtà, il risultato della discussione sulla guerra civile in Siria per molti versi costituisce una ‘non-notizia’. Nessun riferimento al Presidente Bashar al-Assad infatti è stato inserito nel comunicato finale: una scelta quantomeno curiosa, dato lo scontro fratricida che vede coinvolte proprio le forse lealiste al governo e i ribelli di varia estrazione settaria e religiosa. Non che questo costituisca una grande sorpresa: ormai da anni è conosciuta la posizione di Vladimir Putin, tanto da rendere impensabile un cambiamento di posizione della Russia al G8. L’impegno fuoriuscito dal vertice è invece quello di cooperare per una risoluzione della crisi tramite la tanto pubblicizzata Conferenza di Ginevra, che dovrebbe svolgersi nelle prossime settimane. L’obiettivo è raggiungere una soluzione politica, creando un governo di transizione per una Siria “unita, inclusiva e democratica”. Tipico esempio di wishful thinking che spesso traspare dalle dichiarazioni conclusive dei summit internazionali, il comunicato non si spinge oltre, non discutendo la questione della consegna di armamenti ai ribelli siriani, e anzi schierandosi contro ogni forma di estremismo e legame delle forze ribelli con al-Qaeda. Una vittoria diplomatica dello status quo voluto da Putin dunque (e non particolarmente osteggiato dall’amministrazione Obama), che lascia Francia e Gran Bretagna insoddisfatte.

Ma il premier Cameron, forse conscio delle difficoltà di rabbonire la Russia sulla questione siriana, ha puntato molto su un altro dossier, quello della lotta alle forme di evasione ed elusione fiscale a livello internazionale, tramite un’azione decisa nei confronti dei paradisi fiscali e a favore della trasparenza nelle scelte finanziarie delle multinazionali. La posizione del governo britannico potrebbe apparire paradossale. I Tories infatti raramente si sono schierati contro una maggiore regolamentazione dei flussi finanziari internazionali e lo stesso Cameron si è speso con forza in sede europea contro la presenza intrusiva della normativa comunitaria nelle attività della City londinese, che, come sottolinea The Economist, gode di una “simbiosi” con alcuni centri finanziari offshore, come le Isole Vergini Britanniche. Cameron in questa occasione si è invece trovato a proporre una posizione assimilabile a quella espressa nelle ultime settimane dall’Unione Europea. Sono solo di pochi giorni fa infatti le proposte della Commissione Europea di una direttiva per la creazione di un sistema di scambio automatico di informazioni tra Stati membri, che a sua volta seguiva il Foreign Account Tax Compliance Act (FATCA) statunitense.

Questa inusuale coincidenza di proposte in materia finanziaria fra il governo britannico e la Commissione, si esplicita nella convinzione, espressa nel preambolo del final communiqué, che lo scambio automatico di informazioni fra le autorità nazionali debba divenire un nuovo standard globale. Pratiche di tal genere infatti tutelerebbero i Paesi avanzati, che stanno lottando per la ripresa economica e il consolidamento fiscale, il cui operato è però posto in discussione dalla relativa facilità con cui i contribuenti possono trasferire proprie risorse all’estero, con poche possibilità di essere perseguiti. In tal modo, molte risorse che potrebbero essere utilizzate per ripagare il debito o finanziare nuovi investimenti produttivi spariscono nei meandri delle compagnie offshore stabilite nei paradisi fiscali. Anche i Paesi in via di sviluppo potrebbero però usufruire di questa nuova politica: come ha sottolineato lo stesso Cameron, che si è fatto promotore di una rinnovata enfasi per la cooperazione allo sviluppo, ponendosi nuovamente in linea con le più recenti posizioni espresse dalla Commissione in materia, i Paesi africani perdono il doppio delle risorse dalla fuga di capitali all’estero e dalla mancata riscossione fiscale interna, rispetto al volume di aiuti che essi ricevono. Ecco perché è necessario un sistema più trasparente: Cameron chiama in causa anche le multinazionali, che dovrebbero essere più chiare nel comunicare chi effettivamente le possiede e meno propense a utilizzare le cosiddette shell companies, che permettono, se usate con scopi fraudolenti, di evitare le varie forme di tassazione nazionali.

Il G8 restituisce dunque un quadro di “pragmatismo, populismo e consensus building”, per utilizzare le parole di The Telegraph, che, soprattutto in materia fiscale, aiutano a spiegare le posizioni di Cameron in linea con quelle comunitarie. In fondo, siamo di fronte, per ora, a una dichiarazione di principi che permette al premier britannico da un lato di rinvigorire la propria immagine pubblica, presentandosi come il paladino della trasparenza, tema a cui l’elettorato è particolarmente sensibile in tempi di crisi, e dall’altro smorza i toni della polemica anti-europeista, avvicinandosi alle proposte della Commissione. Che sia una conversione temporanea di convenienza o una scelta politica precisa, ce lo potranno dire solo i prossimi mesi.

 In foto: il Primo Ministro David Cameron e il Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso al G8 di Lough Erne (Foto: European Commission)

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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