venerdì , 23 febbraio 2018
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Ed è subito storia: dopo 20 anni, le verità della CIA sulla Bosnia

Una scritta “SECRET” sbarrata, in calce ad alcuni documenti. Dopo 20 anni. E’ così che alcune sfaccettature della storia, negate, supposte, talvolta sorprendenti, vanno a completare un quadro in cui erano rimasti dei buchi, spesso spazio per le fantasie dei complottisti.

E’ quanto sta avvenendo in questi giorni, dopo la decisione della CIA di de-classificare circa 300 documenti relativi alla Bosnia del periodo 1993-95, quello della guerra, dei mesi che vanno dalla fine del conflitto tra croati e musulmani agli accordi di Dayton del 21 novembre 1995 (in vigore dal 14 dicembre). I documenti non riscrivono di certo la storia del periodo, ma contengono rivelazioni tutt’altro che banali. Basti pensare che Bill Clinton, all’epoca Presidente USA, ha dovuto indire una conferenza stampa per chiarire alcuni passaggi dei documenti e i media in Bosnia, Croazia e Serbia stanno dando molta risonanza alla vicenda.

Le prime rivelazioni “piccanti” sono relative alla fine del 1993. Croati e musulmani di Bosnia sono in guerra tra loro (raggiungeranno la pace nel marzo del 1994), ma i documenti parlano di forti pressioni statunitensi sulla Croazia (minacciata anche di pesanti sanzioni) non solo affinché si arrivasse alla pace tra loro, ma affinché i croati si schierassero proprio con i bosnjaci contro i serbi, come in effetti avverrà nei mesi successivi.

Il timore di Washinghton era che croati e serbi si alleassero contro i musulmani di Bosnia, sterminandoli. I documenti parlano poi, anche dopo l’alleanza, di una Croazia diffidente nei confronti degli ex-nemici bosnjaci. Frappose infatti molti ostacoli al transito, sul suo territorio, di armi pesanti destinate agli alleati musulmani, nel timore che potessero essere usate nel futuro contro i croati di Bosnia, e insistette a lungo affinché la nascente Federazione musulmano-croata (51% dei territori dell’attuale Bosnia) si dotasse da subito di un esercito misto croato-bosnjaco.

Altre rivelazioni importanti sono relative al ruolo di Slobodan Milošević. Dopo aver avuto enormi responsabilità nell’esasperare le differenze razziali e quindi nello scatenare la guerra, nel ’94, in base a quanto riportano i documenti, si impegnò fattivamente affinché i serbo-bosniaci della Republika Srpska di Bosnia, guidati da Radovan Karadžić, firmassero l’accordo di pace proposto dal “quintetto” (USA, Russia, Germania, Francia, Inghilterra). Di fronte al rifiuto di aderire all’accordo – che prevedeva appunto una Bosnia divisa tra la Federazione croato musulmana (51% territorio) e Republika Srpska – da parte dei serbo-bosniaci, Milošević bloccò totalmente qualsiasi forma di supporto verso di loro, troncando le relazioni e chiudendo la frontiera tra Republika Srpska e l’allora Repubblica Federale di Jugoslavia. Per poter attuare questa scelta dovette impegnarsi, anche in Serbia, per marginalizzare le frange estreme del nazionalismo che erano favorevoli ad un sostegno ad oltranza alla Republika Srpska. I principali accorgimenti, secondo i documenti CIA, furono un’epurazione all’interno delle forze armate (posizionò alcuni suoi fedelissimi nelle posizioni chiave), un insolito uso dei media e l’arresto di Vojislav Šešelj, il suo più acerrimo nemico politico.

Altro passaggio interessante è la discussione, che precede gli accordi di Dayton, sul futuro dei cittadini serbi di Sarajevo, circa 150 mila. Tra i documenti de-classificati, in tema, c’è anche una lettera del leader della Republika Srpska, Karadžić (che non prende parte ai negoziati, i serbi di Bosnia sono rappresentati da Milosevic) al Presidente Clinton. Karadžić propone, in alternativa, due soluzioni per i serbi di Sarajevo: cinque anni di transizione (protetti dalle forze NATO) e poi esodo in terreni da assegnare loro in altre zone della Republika Srpska, oppure soli 3 anni di transizione ma costruzione, nel frattempo, di una nuova Sarajevo, sempre in una zona della Bosnia abitata da serbi, in cui costruire 45-50 mila appartamenti da assegnare agli esuli. Ma ancor più sorprendente è la convinzione di Washinghton in materia: la possibilità che i serbi di Sarajevo potessero restare nelle loro case ed integrarsi nella nascente Federazione di Bosnia ed Erzegovina è ritenuta la più remota.

Discussioni che ad oggi appaiono inverosimili. Qualcuno tra i protagonisti di queste vicende è morto, qualcun’altro è stato processato, Clinton deve giustificare il suo imbarazzo di fronte ai giornalisti (uno dei documenti, relativo al ’94, lo descrive nel panico nel sapere che, al termine di un meeting, lo attende la stampa: “E adesso cosa gli dico?”). Anche per i Paesi molto è cambiato: la Croazia è già nell’UE e addirittura sta diventando un punto d’appoggio per l’adesione serba ed in futuro per quella bosniaca. Sembrano passati secoli: nella speranza che nessuno la dimentichi, sembra già storia.

In foto, la firma dell’accordo di Dayton nel 1995. Da sinistra i presidenti di Repubblica di Jugoslavia, Bosnia-Erzegovina e Croazia: Slobodan Milošević, Alija Izetbegovic e Franjo Tudjman. (© U.S. Air Force – 1995)

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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