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Artur Mas
La bandiera catalana © Procsilas Moscas - www.flickr.com, 2010

Elezioni in Catalogna, Artur Mas sotto inchiesta

Il 27 settembre scorso, gli indipendentisti catalani hanno raggiunto la maggioranza assoluta alle urne: la lista della coalizione politica Junts pel Sí – che rappresenta il fronte dei partiti nazionalisti – ha ottenuto 62 seggi alle elezioni regionali. 62 seggi che, sommati ai 10 del partito Cup, Candidatura d’Unitat Popular, raggiungono un totale di 72 (quattro in più dei necessari 68) e poco meno del 48% dei voti. Sconfitti il Partito Popolare (PP) e Podemos, presentatosi a Barcellona come Si que es pot, entrambi con 11 seggi nel nuovo Parlamento. Con un’affluenza di quasi il 75% e più di 4 milioni di voti validi, il nuovo Parlamento catalano avrà tutte le intenzioni di avviare il processo di indipendenza della regione.

Artur Mas sotto inchiesta

A Barcellona, tuttavia, i festeggiamenti non sono durati a lungo. Due giorni dopo le elezioni, il Presidente della Regione Artur Mas è risultato indagato dalla Corte Suprema della Catalogna, insieme alla consigliera regionale all’educazione Irene Rigau e all’ex Vice Presidente della Generalitat Joana Ortega, per aver organizzato il “Referendum” della secessione dello scorso 9 novembre, processo partecipativo autonomo al quale hanno preso parte oltre 2,3 milioni di catalani, violando di fatto una sentenza del Tribunale Costituzionale che dichiarava il referendum illegale.

Mas comparirà a giudizio il 15 ottobre per testimoniare dinanzi al Tribunale superiore di Barcellona. L’accusa è abuso di potere, prevaricazione ed appropriazione indebita di fondi pubblici. Le voci di protesta provenienti dal governo catalano a sostegno della guida della coalizione secessionista non sono mancate: si inneggia all’anomalia democratica e al processo politico.

Le trattative politiche

Intanto, il leader del governo catalano sta attualmente cercando, con non poche difficoltà, di formare il nuovo esecutivo con la formazione di sinistra Cup, contraria alla rielezione alla presidenza di Mas e favorevole all’economista, professore ed ex europarlamentare tra il 2004 e il 2014 Raül Romeva i Rueda, capolista di Junt Pel Sí.

Il Primo Ministro spagnolo Mariano Rajoy e leader del PP – forza politica fortemente in crisi nella regione, che ha perso 8 seggi rispetto alle elezioni del 2012, conseguendo soltanto l’8,48% dei consensi  – ha teso la mano a Barcellona dopo l’esito delle elezioni, a condizione che il dialogo rientri nelle norme di legge: “La Spagna è una”, ha sottolineato il premier, aggiungendo che la Catalunya non può decidere da sola il destino di una intera nazione. Ha inoltre negato il suo intervento in merito all’imputazione di Mas da parte della Corte Suprema della Catalogna, formalizzando la data delle elezioni generali nel Paese, che avranno luogo il prossimo 20 dicembre.

Effetto domino in Europa?

Nel frattempo, l’effetto Catalunya potrebbe incominciare a farsi sentire nel resto dell’Europa: dagli scozzesi dello Scottish National Party ai gallesi del Regno Unito, dalle divisioni tra fiamminghi del partito politico N-VA (l’Alleanza Neo-Fiamminga) e i valloni in Belgio agli stessi baschi in Spagna. Per ora si tratta di sentimenti indipendentisti, movimenti e fenomeni caratterizzati dai propri contesti nazionali e locali e non reali moti separatisti. Ma qualcosa si è mosso il 27 settembre e la giostra del processo secessionista catalano sembra ormai partita.

L' Autore - Giulia Richard

Responsabile UE-America Latina & Spagna - Laureata magistrale in Development, Environment & Cooperation presso l'Università di Torino, con una tesi sulle relazioni commerciali tra UE e America Latina. Dopo aver lavorato a Montevideo e a Valencia, attualmente vivo nel cuore dell'Europa, a Bruxelles.

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