mercoledì , 21 febbraio 2018
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Elezioni in Islanda: no all’UE e ritorno al passato

Soltanto 320.000 abitanti, la metà di quelli di Genova, ed un PIL pari ad un venticinquesimo di quello della sola Lombardia. Eppure di Islanda si parla tanto, spesso a sproposito.

Si parla anche delle elezioni politiche svoltesi lo scorso weekend, che hanno segnato la vittoria della coalizione di centro-destra formata dal Partito dell’Indipendenza (26,7%) e dal Partito del Progresso (24,3%). Sconfitta invece la sinistra, che paga le politiche di austerità e, forse, la volontà di aderire all’UE. E’ giusto dubitarne perchè invece l’altro partito europeista, Avvenire Radioso, ottiene, alla prima presentazione alle urne, ben il 10,9% dei consensi. Successo anche per il Partito dei Pirati, 5,1% e 3 seggi. Notevole poi la partecipazione: record di candidati (1500) e affluenza all’83%.

Torna quindi al governo la coalizione che dal 1998 in poi aveva avviato la privatizzazione del settore bancario islandese e la sua completa deregulation, trasformando l’Islanda da isola di pescatori a regno della speculazione finanziaria. Grazie alla spregiudicata strategia infatti, iniziarono ad affluire verso le banche dell’isola miliardi di investimenti stranieri, attirati dagli alti tassi di interesse e da un’economia che sembrava stabile e in continua crescita. Nel 2007 il volume d’affari delle tre banche principali aveva toccato gli 89 miliardi di euro, 8 volte il PIL nazionale. Una bolla che sembrava destinata a gonfiarsi all’infinito.

A causarne lo scoppio bastarono invece il crollo di Lehmann Brothers e le prime perplessità espresse da Fitch. Un’asta di bond a vuoto scatenò il crollo dell’intero sistema finanziario, del PIL e dell’occupazione, oltre che del governo, il cui premier fu addirittura indagato per corruzione. Il governo di centrosinistra che subentrò provò a rimediare con l’austerità, la svalutazione della moneta locale (krona, -85% del suo valore di partenza) e la domanda di adesione all’UE (2010) alla ricerca di stabilità. Soprattutto riorganizzò il settore bancario, creando una good bank, in cui collocare i crediti dei risparmiatori locali, da salvare e nazionalizzare (rapporto debito/PIL dal 70% al 98%), e una bad bank per gli iper-cartolarizzati crediti esteri, da lasciar fallire.

Il risanamento fu possibile grazie anche ad un prestito del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ottenuto dietro la promessa di rinegoziare ed onorare comunque i crediti esteri. Promessa che non verrà mantenuta, perché all’atto di approvare il decreto per rinegoziare tali passività, con fondi da trarre dall’imposizione di nuove tasse, il Presidente della Repubblica Olafur Grimsson sottopose la decisione a referendum popolare, sfruttando l’articolo 26 della Costituzione. Il popolo, per ben due volte (2010 e 2011), si oppose alla restituzione, legittimamente anche secondo l’EFTA, chiamata ad esprimersi da Gran Bretagna e Olanda, che volevano tutelare i loro cittadini danneggiati (cui verranno comunque rimborsati i crediti fino a 20.000 euro).

I correttivi del governo hanno portato alla ripresa dell’export (pesce e alluminio) e del turismo grazie al cambio conveniente, alla crescita del PIL (+3% nel 2012) trainato dalle esportazioni ed alla diminuzione della disoccupazione (oggi al 6,5%, era al 9% del 2009). Resta drammatica invece la situazione di chi, negli anni pre-crisi, aveva contratto un mutuo in euro o in dollari, e che, a causa del cambio debole e dei tassi elevati, si trova oggi a pagare rate improponibili.

Su queste difficoltà e sull’euroscetticismo (“l’UE vuole impedirci di pescare gli sgombri”) si è basata la campagna del centrodestra. “Abbasseremo le rate dei mutui” lo slogan. Con quali fondi? Difficile che si possa contare sull’emissione di bond, a meno che gli investitori stranieri abbiano la memoria corta. Molti, come gli economisti Stiglitz e Krugman, ne sono convinti, ritenendo che chi investe si basi sull’affidabilità futura, non su quella passata. Tesi che ultimamente hanno avuto molta risonanza e che, ad onor del vero, vengono parzialmente confermate dalle agenzie di rating che, dopo la restituzione del prestito all’FMI, hanno elevato di recente il livello dei titoli islandesi.

Da verificare invece se la ripresa sarà duratura o limitata al breve periodo, come avvenuto per l’Argentina del post-crisi. Per ora si torna all’antico, coi vecchi pariti al governo e il probabile stop al processo di adesione all’UE.

Di certo le analogie con il caso greco e italiano si fermano qui, alla corta memoria degli elettori. Con buona pace di chi ritiene l’Islanda un modello da seguire. Un PIL infinitamente inferiore (quello italiano è 190 volte più grande), autosufficienza energetica (energia geotermica) ed export di solo pesce e alluminio: naturale che una svalutazione monetaria abbia solo effetti positivi. Diverso sarebbe per l’Italia, che esporta anche manufatti: una moneta debole porterebbe anche maggiori costi aziendali (maggior costo materie prime da importare) che andrebbero ad incidere sulla competitività dei prodotti da esportare.

Fermi restando i maggiori problemi per le famiglie indebitate, perché disinformazione e promesse elettorali non costano niente, è vero, ma non aiutano certo a pagare le rate dei mutui.

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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