domenica , 18 febbraio 2018
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Elezioni in Repubblica Ceca: il trionfo del malumore e dell’instabilità.

La fine della crisi politica. O forse, l’inizio di un’altra. Questo potrebbe essere il significato delle elezioni parlamentari in Repubblica Ceca, che hanno sancito la vittoria di misura dei socialdemocratici di ČSSD, con il 20,46% delle preferenze, davanti al movimento anti-sistema ANO 2011 (18,65%), al partito comunista KSČM (14,91%), ai partiti di centrodestra del vecchio esecutivo TOP 09 (11.99%) e ODS (7.72%), ad UPD (populista, 6.88%) ed ai cristiano-democratici di KDU-ČSL (6.77%).

La vera vincitrice è stata però l’antipolitica: inferiore al 60% l’affluenza alle urne ed un vero e proprio boom per il partito anti-establishment del miliardario Andrej Babiš, diventato subito il secondo partito. Babiš ha dato vita ad una campagna elettorale di protesta, dichiarando di voler governare il paese “come gestisce le sue imprese” perché “il paese non può più essere governato da politici che non hanno mai lavorato”. Frasi che, unite alla figura di miliardario dal passato non limpidissimo – iscritto al vecchio partito comunista “per far piacere a mia madre”, si è giustificato, si è arricchito durante il periodo delle privatizzazioni selvagge post-comunismo – e di proprietario di una grossa fetta dei media cechi – nelle scorse settimane ha acquistato anche Mladá Fronta Dnes, 1° quotidiano del paese –, lo hanno portato al soprannome di Babišconi.

La sua campagna anti-establishment – impossibile capire il programma, cui ha fatto pochissimi cenni – ha fatto presa sull’elettorato ceco, deluso dai numerosi scandali della politica ceca. L’attuale crisi politica è infatti iniziata a giugno, con le dimissioni del governo di centrodestra, a guida Petr Nečas, a causa delle indagini che avevano coinvolto lui – accusato di corruzione – e il suo entourage, tra cui la sua capo gabinetto-amante, Jana Nagyova, accusata, tra l’altro, di aver usato i servizi segreti per spiare l’ex-moglie di Nečas. Il governo tecnico di Jiří Rusnok che gli era succeduto, voluto dal presidente Miloš Zeman, non era stato in grado di ottenere la fiducia del Parlamento, rendendo necessarie nuove elezioni.

Visti i risultati però, il difficile per i social-democratici, vincitori ma delusi (i sondaggi li davano al 26-27%), verrà adesso. Le negoziazioni per riuscire a formare una coalizione di governo stabile, si annunciano infatti tutt’altro che semplici. Babiš si è già tirato fuori, sostenendo che starà all’opposizione. Il suo leader ed incaricato-premier in pectore, Bohuslav Sobotka ha annunciato che proverà a discutere con tutti, tranne ODS e TOP 09, i partiti al governo durante lo “scandalo corruzione”. Esclusi ANO 2011, TOP09 e ODS, rimarrebbero quindi soltanto i populisti dell’UPD, i cristiano-democratici di KDU-ČSL e i vecchi comunisti di KSČM.

Questi ultimi, unico partito comunista non-riformato dell’Europa orientale, non hanno mai rinnegato il periodo sovietico e sono pertanto visti come un pericolo da molti cittadini cechi. Nel periodo pre-elettorale un noto artista, David Černý, ha piazzato sulla Moldava, di fronte ai palazzi del potere di Praga, un enorme dito medio in segno di accusa contro l’eventuale ritorno dei comunisti al potere (e il possibile avvallo, secondo lui, del presidente Zeman) e contro la corruzione. Sobotka ha escluso di poter formare una coalizione di governo con loro, che tra l’altro vorrebbero uscire dalla NATO, ma non è detto che il KSČM, con cui Sobotka ha affermato di voler discutere, non possa dare il proprio appoggio esterno ad un eventuale governo di minoranza a guida ČSSD. Molti punti dei loro programmi infatti, come l’aumento delle tasse per i più abbienti (e per le multinazionali che operano in Repubblica Ceca) e una maggiore attenzione alle politiche sociali, coincidono.

D’altronde poche sono le alternative per Sobotka che tra l’altro dovrà fare i conti con l’ingombrante figura del presidente Zeman. Primo presidente eletto a suffragio diretto dai cittadini, nel 2013, Zeman sta interpretando in modo estensivo i suoi poteri, come si era visto a giugno con la nomina del governo tecnico Rusnok, sgradita sia al centrodestra che all’opposizione (e che infatti non ha ottenuto la fiducia). Un’interpretazione al limite dell’autocrazia che preoccupa il centro-destra (TOP 09 soprattutto) e non piace all’elettorato: l’SPO, suo partito, ha raccolto solo l’1,5% dei voti e rimarrà fuori dal Parlamento. Zeman che tra l’altro, in linea con chi ritiene che voglia essere lui l’unico leader delle sinistre, non ha escluso la possibilità di non affidare l’incarico a Sobotka ma ad una figura più incline al compromesso, da individuare comunque tra le fila di ČSSD.

Ciò che è certo è che saranno mesi di fuoco per il paese: timori per una pesante svolta a sinistra, per l’invadenza presidenziale, per l’antipolitica, uniti al rischio più immediato che, ad oggi, sembra l’instabilità. Un lusso che la Repubblica Ceca, in recessione dal 2011, con una disoccupazione record ed una manovra finanziaria ancora da varare, non può permettersi.

Nell’immagine il “Gesto”, di David Černý, opera alta 9 metri raffigurante un dito medio, rivolto in segno di protesta contro i palazzi del potere di Praga. (Foto: Wikipedia Commons, autore J. Nosek)

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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