giovedì , 21 settembre 2017
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Macron
Macron al G20 © European Commission - 2017

Emmanuel Macron: un Presidente più decisionista del previsto?

Emmanuel Macron e Donald Trump sono per molti versi due personalità poco conciliabili, ma vi è un “difetto originario” che li unisce: entrambi hanno ottenuto vittorie elettorali “mutilate” – l’americano ha perso nel voto popolare; il francese ha vinto sia il ballottaggio sia le presidenziali, ma con un elevatissimo tasso di astensione –  e, per questo, sono costretti a stupire il mondo con un’impronta autoritaria di governo.

Un Macron sorprendente

Il primo mese dell’era-Macron è stato certamente spiazzante per molti: l’enfant prodige ha stupito l’uditorio con una serie di scelte e di dichiarazioni che lo hanno già fatto paragonare a Bonaparte. Si tratta di una svolta notevole, considerato che proprio Macron si era proposto in campagna elettorale come alfiere della stabilità e della democrazia di fronte all’avanzata degli opposti estremismi di destra e di sinistra.

Sul piano internazionale, il Presidente francese è andato prevedibilmente subito in rotta di collisione con Trump (è diventato proverbiale il rovesciamento ironicoMake Earth great again, con cui Macron ha ridicolizzato la scelta trumpiana di abbandonare il Trattato di Parigi) e ha avuto un altrettanto prevedibile freddo incontro con Putin, al quale non ha risparmiato critiche sul piano dei diritti civili.

Meno prevedibile era invece la risolutezza di Macron sulla questione immigrazione: non solo è stato confermato l’approccio “hard” a Ventimiglia (ove centinaia di migranti sono accampati in attesa dell’agognato ingresso in Francia), ma è stato anche messo in chiaro che la Francia non accetterà l’arrivo di migranti economici provenienti dall’Italia, che in questi mesi sta sopportando una forte pressione di migranti.

Una decisione che, comprensibilmente, ha fatto sobbalzare molti, dato che Macron durante tutta la campagna elettorale ha sottolineato i vantaggi dell’immigrazione in funzione anti Le Pen e considerato, soprattutto, che fu la Francia – assieme all’ormai uscente Regno Unito – a volere l’improvvido intervento armato contro Gheddafi nel 2011, scatenando quel caos politico che è stata la precondizione per l’attuale marasma libico, in cui prosperano trafficanti e terrorismi.

Al fronte italiano, si è poi aggiunta una frizione con i Paesi dell’Est Europa: Macron ha infatti dichiarato che questi Paesi spesso “prendono l’Europa come un supermarket”, intendendo che gli est-europei sono bravi ad approfittare dei vantaggi derivanti dell’UE, ma difettano quando si tratta di sostenerne i costi. Una posizione peraltro legittima, che però ha suscitato l’ira di Varsavia, Praga e Bratislava, le quali hanno deplorato le parole del neo-Presidente, accusandolo di stantio bonapartismo e di voler trovare facili capri espiatori.

La politica interna

L’attitudine forte del 39enne neo-inquilino dell’Eliseo, però, non si è fatta viva solo sul piano internazionale: è in Francia che l’effetto Macron si sta facendo sentire. Secondo molti, compreso l’ex candidato della sinistra radicale Jean-Luc Mèlenchon, il Presidente è in pieno delirio di onnipotenza. In effetti, il suo discorso tenuto a Versailles, a Camere riunite, è stato un trionfo di “grandeur”: critiche all’UE che ha “perso la sua missione”, annunci di provvedimenti-lampo sul lavoro e, infine, l’annuncio di una riforma istituzionale che conterrà la riduzione di un terzo dei parlamentari (i tagli riguarderebbero sia l’Assemblea Nazionale che il Senato).

Macron vuole “moralizzare la politica” ed è pronto, pur di ottenere quello che vuole, a usare lo strumento del referendum, nel caso i parlamentari non decidessero di avallare la sua proposta di riduzione dei costi della politica. Approccio deciso anche sulla sicurezza: lo “stato d’emergenza” – in vigore da quasi due anni, dai tempi del Bataclan – verrà revocato, ma molte disposizioni speciali diventeranno legge dello Stato.

Dopo un mese di governo, lo stile-Macron sembra diventato incredibilmente assimilabile a quello dei Trump, Putin ed Erdogan: un approccio forte, decisionista, al limite dell’autoritario, tipico di un Presidente che ha capito i tempi in cui bisogna governare con mano dura. L’ex ragazzo dall’aria serena, assunte ora le sembianze di un uomo forte, sembra davvero in grado di poter mettere in pratica il compito che si diede subito dopo essere stato incoronato, vale a dire quello di rappresentare anche i francesi che hanno votato Front National o che non hanno votato affatto (cioè la maggioranza numerica). La strategia di un ragazzo astuto, che vuole giocare tutte le sue carte anche a costo di dover utilizzare lo strumento del referendum popolare – che nel 1969, cosa da non dimenticare, fece un brutto scherzo addirittura a monsieur De Gaulle.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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