mercoledì , 15 agosto 2018
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Erdoğan

Erdoğan è il nuovo Presidente della Turchia. Monito per l’UE

Erdoğan ha vinto agilmente le prime elezioni presidenziali dirette in Turchia, raggiungendo 51,7% di voti al primo turno. Relativo successo anche del candidato curdo Selahattin Demirtaş, che ha sfiorato il 10%. Notevole débacle, invece, per Ihsanoğlu, il candidato sostenuto dall’insolita alleanza di CHP e MHP, ossia la “sinistra” secolare e legata alla tradizione di Atatürk e la destra ultranazionalista. L’intellettuale islamico, in passato diplomatico di prestigio, si è fermato al 38,5% dei voti, mentre ci si attendevano almeno 4 punti in più, dato che se si sommano i voti che CHP e MHP avevano ottenuto alle municipali di aprile, si arriva circa al 43%. Evidentemente gli elettori hanno mal digerito la scelta di un candidato comune, che ha unito due partiti, radicalmente diversi, per il solo fatto di essere anti-Erdoğan (al di là delle comuni vedute su un numero limitato di questioni, tra cui l’intransigenza sulla questione di Cipro e l’opposizione al processo di pace che il governo AKP sta conducendo con i curdi dal 2012).

La vittoria di Erdoğan pare sorprendente se si considera che arriva da un anno decisamente difficile per il premier, in cui si sono verificati almeno tre eventi che avrebbero potuto mettere in seria difficoltà il governo AKP: nell’estate 2013, le manifestazioni e gli scontri di Gezi Park; a dicembre scorso, la rivelazione di uno scandalo di corruzione che ha travolto i vertici AKP e portato alle dimissioni di tre ministri; infine, a maggio, lincidente nella miniera di Soma, il più grave nella storia del Paese, che, con le sue 301 vittime, ha sollevato molti interrogativi sulle responsabilità del governo, sia per quanto riguarda le cause, sia per la gestione della tragedia.

A ciò si aggiunge, in maniera non irrilevante, la catena di fallimenti in politica estera: dall’inutile sostegno ai ribelli siriani, al deteriorarsi dei rapporti con l’Egitto (la Turchia sostiene i Fratelli Musulmani), alla recente presa del consolato turco di Mosul da parte delle forze dell’IS (lo Stato Islamico), che ancora tengono in ostaggio 49 cittadini turchi (mentre il governo di Erdoğan ha preso tutti i provvedimenti per fare in modo che, in patria, se ne parli il meno possibile).

L’UE e la Turchia “di Erdoğan”

Anche le prospettive di adesione all’Unione Europea vanno scemando: questo, però, potrebbe non essere un ostacolo per Erdoğan, dato che l’opinione pubblica turca sembra comunque sempre più scettica, o comunque disinteressata, in merito al processo di adesione all’UE. Piuttosto, è proprio l’Unione che dovrebbe preoccuparsi della prospettiva di “perdere” la Turchia: basti pensare al ruolo che questa può giocare, in virtù se non altro della sua collocazione geopolitica, nell’attuale crisi irachena. Inoltre, Erdoğan ha in più occasioni dato prova di tendenze autoritarie (basti pensare ai blocchi imposti sui social media, o all’uso sproporzionato della forza da parte della polizia, condannato anche dalle istituzioni europee), e non è certo auspicabile un arretramento dei parametri di democrazia agli immediati confini dell’UE.

L’UE non può quindi permettersi di ignorare la Turchia di Erdoğan. Sì, “di Erdoğan” perché, seppur al momento la carica di Presidente rimanga largamente rappresentativa, con pochi poteri sostanziali, sempre più pressanti sono le voci che vorrebbero il neo-eletto già intento a programmare una riforma costituzionale che gli consentirebbe di tenere le redini del Paese. Inoltre, è probabile che il nuovo Primo Ministro sarà un suo fedelissimo: molti danno per favorito l’attuale ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu. Secondo altri, un potenziale candidato può essere anche l’attuale Presidente Abdullah Gül, ma sarebbe un nome meno gradito ad Erdoğan in quanto, nonostante la comune affiliazione politica, hanno avuto notevoli screzi di recente, ad esempio in occasione dell’opposizione al blocco di Twitter e YouTube, imposto dal governo di Erdoğan, da parte del più moderato Gül. E poi l’obiettivo di Erdoğan, questo si sa, è quello di mantenere la presidenza almeno fino al 2023, quando si celebrerà il centenario della Repubblica turca.

Foto © World Economic Forum – Flickr 2009 

L' Autore - Chiara Franco

Laureanda magistrale in International and European Studies presso l’Università di Trento ed allieva della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Nel frattempo, sono passata da Parigi, Londra ed Istanbul per periodi di studio e ricerca. Scrivo di relazioni esterne dell’UE, con un occhio di riguardo a Turchia e Medioriente.

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