martedì , 20 febbraio 2018
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Farage, il broker che vende agli inglesi un nemico: l’UE

A Nigel Farage va stretto l’abito presidenziale: il suo UKIP è stato il trionfatore delle elezioni europee, ma lui non ha festeggiato sobriamente come si fa di solito, abbracciando i militanti e stringendo le mani. Si è anzi fatto ritrarre, sorridente e paonazzo, con un boccale di birra in mano. Una giusta chiosa per una campagna elettorale tutta basata sul disagio delle periferie inglesi. Farage è così: ostentatamente spontaneo e schietto, dai modi popolari, ma abbastanza anticonformista da piacere anche a una buona fetta di intellettuali. Ha sempre l’aria di chi crede fortemente in ciò che dice: la sua assertività ha fatto breccia in quasi 3 cittadini su 10 e non sembra volersi fermare così. Nigel non è un tipo che si accontenta facilmente

Prima di intraprendere la carriera politica, infatti, Farage è stato un broker, vendeva merci: ha quindi un certo fiuto per gli affari ed ha capito, prima di molti, che sotto l’apparente tranquillità della società inglese cova un fuoco di risentimento e di radicale contestazione. Mai come nel caso inglese si può dire che la prosperità economica non è affatto un indicatore di stabilità politica per le classi dirigenti.

Lo storico bipolarismo tra Tories e Labour, a dir la verità già messo a dura prova della comparsa dei Libdem di Clegg, ha prodotto certamente un Paese all’avanguardia dal punto di vista dell’integrazione multiculturale e del progresso economico. Non si dimentichi che la Gran Bretagna attira ogni anno centinaia di migliaia di immigrati dall’Est Europa e, negli ultimi anni, una quantità impressionante di greci, italiani e spagnoli impiegati nel settore turistico e della ristorazione, oltre che dell’edilizia e dell’informatica.

Il soft power di Londra, il potere di attrazione derivante dall’immagine e dalla comunicazione, è aumentato così tanto che – per fare un banale esempio – in tutta l’Europa continentale, da Lisbona a Varsavia, le ragazzine sfoggiano con orgoglio borsette e t-shirt con la scritta “I love London” e i ragazzini spesso preferiscono tifare le blasonate squadre della capitale inglese (Chelsea, Arsenal, Everton o Tottenham) piuttosto che quelle della propria nazione. Non si dimentichi, infine, che la piazza di Londra rimane ancora oggi il centro nevralgico dell’innovazione finanziaria europea.

In questa storia di successo c’è però un non-detto, un’amnesia: il prezzo di questo Eldorado è il costante aumento delle diseguaglianze sociali e l’erosione dei salari reali dei lavoratori poco o mediamente qualificati. La solita vecchia storia della globalizzazione: più scambio, più interazioni orizzontali, più prodotti, ma anche più automazione, più delocalizzazione e meno salario. In pochi luoghi al mondo, se escludiamo dal conto l’Asia o l’Africa, la demarcazione geografica tra centro e periferia è così marcata come a Londra: da un lato la City finanziaria e il centro storico che formano un’unica megalopoli attiva 24 ore su 24. Dall’altro la costellazione di sobborghi e casermoni periferici dove vivono migranti e classe media inglese, in una convivenza sempre più difficile perché le risorse sono scarse, e difficile è l’accesso all’istruzione e ad un lavoro dignitoso.

Una società così polarizzata, colpita da decennali tagli di spesa pubblica, visti (dallo stesso Farage, peraltro) come un balsamo per lo sviluppo dell’economia, non poteva che produrre un grumo di desiderio di vendetta, ben rappresentato dall’incredibile violenza delle rivolte di Londra dell’estate 2011, che tra i protagonisti videro certamente molti immigrati, ma anche non pochi “bianchi”. Farage ha sfondato nelle periferie, nei centri minori e in tutte le zone più dimenticate dell’isola e ha saputo incanalare questa rabbia verso un obiettivo: la perdita di sovranità.

È ovvio che in una società così iper-competitiva ed incattivita il suo messaggio fosse indirizzato, più che contro le élites economiche o industriali, contro gli ultimi arrivati, cioè i polacchi o gli italiani, colpevoli di “abbassare i salari medi”. Meccanismo che somiglia molto al prendersela con gli effetti, ignorando le vere cause dei problemi. Contraddizioni che per ora però non sembrano ostacolare la narrazione di Farage, che anzi funziona. E fa proseliti sempre più numerosi anche nel partito dell’atterrito premier Cameron, ormai costretto a seguire le mosse di quello che fino a pochi mesi fa era soltanto un eccentrico outisder.

Photo: © (Mick Baker)rooster, 2014, www.flickr.com

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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