domenica , 25 febbraio 2018
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Fondi strutturali: Parlamento e Consiglio ancora divisi sulla riforma

La politica di coesione costituisce un fondamentale strumento di sviluppo e un potenziale volano per la ripresa economica dell’Unione Europea. Almeno su questo, Parlamento Europeo e Consiglio si dicono d’accordo. Le due istituzioni legislative concordano anche sulla necessità di concludere rapidamente il negoziato per consentire la partenza dei nuovi finanziamenti già all’inizio del 2014. I governi nazionali degli Stati membri, riuniti ieri a Bruxelles per il Consiglio Affari Generali, non sembrano però disposti a nuove concessioni di fronte alla fermezza dimostrata dagli europarlamentari su alcuni punti della riforma dei fondi strutturali europei.

Le tre componenti principali della politica di coesione – il fondo di sviluppo regionale (FESR), il fondo sociale europeo (FSE) e il fondo di coesione (FC) – costituiscono circa un terzo del bilancio complessivo dell’UE. Nella programmazione finanziaria 2007-2013 hanno mobilitato complessivamente 347 miliardi di euro, cofinanziando progetti volti a ridurre le disparità tra le regioni, favorire lo sviluppo delle piccole e medie imprese e costruire infrastrutture. Secondo la Commissione Europea, nel periodo 2007-2012 la politica di coesione ha favorito la creazione di 400.000 posti di lavoro e finanziato oltre 142.000 PMI, 53.000 progetti di ricerca e 16.000 progetti di cooperazione.

Nel QFP 2014-2020, la dotazione della politica di coesione è scesa però a 325 miliardi. Non solo. I Paesi più attenti alla disciplina di bilancio hanno chiesto e in parte ottenuto che i fondi strutturali venissero riformati e orientati a una gestione più efficiente e soprattutto oculata delle risorse. La proposta avanzata dalla Commissione nel 2011 prevedeva infatti l’introduzione di significativi meccanismi di controllo e revisione. Secondo Consiglio e Commissione, in ossequio al nuovo principio della condizionalità macroeconomica, in caso di prestazioni nazionali non conformi ai parametri macroeconomici e di finanza pubblica previsti dalla governance economica, i finanziamenti dovrebbero poter essere rimodulati o anche parzialmente sospesi.

Il Parlamento ha respinto fino ad oggi una simile possibilità. La logica della condizionalità macroeconomica è effettivamente contro-intuitiva. Secondo il nuovo principio, che verrebbe applicato a FESR, FSE e FC, un Paese in difficoltà rischierebbe di vedersi ridotti i finanziamenti proprio quando potrebbe averne più bisogno. Come ha spiegato il Commissario per le politiche regionali Johannes Hahn nella conferenza stampa seguita al Consiglio Affari Generali di ieri, la Commissione ha però riscontrato una dipendenza tra l’andamento macroeconomico di un Paese e la sua capacità di recepire e usare efficacemente le risorse provenienti da Bruxelles. Conta in particolare la capacità dello Stato ricevente di far fronte al cofinanziamento dei progetti, il principio per cui i fondi strutturali vengono assegnati a fronte di un corrispondente impegno di spesa da parte del Paese ricevente.

In seno al Consiglio, diversi governi si sono fermamente opposti a una diluizione dello strumento della condizionalità, ritenuta uno dei pilastri dell’accordo intergovernativo sul QFP raggiunto al Consiglio Europeo di febbraio. Secondo questi Paesi, la condizionalità macroeconomica rappresenta la garanzia che l’efficacia dei finanziamenti non venga danneggiata da politiche economiche nazionali erronee. Un compromesso sembra raggiungibile mediante la definizione di clausole di salvaguardia che tutelino la continuità del finanziamento di progetti già approvati. In tal senso, il Consiglio ha concesso clausole che prevedono un tetto massimo alla quota di finanziamento che potrebbe essere sospesa. Il Parlamento ha chiesto però maggiori garanzie e un suo diretto coinvolgimento nella definizione dei criteri di condizionalità.

Il Parlamento si è schierato inoltre per una revisione del cofinanziamento nazionale, nel senso di una più significativa riduzione della quota di spesa spettante al Paese ricevente. Anche in questo caso, gli Stati membri rigoristi si sono opposti, ieri, alle richieste dei negoziatori dell’europarlamento. I governi che si oppongono alla revisione del cofinanziamento si appellano alla necessità di preservare la sua funzione di garanzia di ownership dei processi da parte delle istituzioni locali. Inutile ricordare che mantenere una significativa quota di finanziamento in capo ai Paesi beneficiari ha pure il vantaggio di ridurre la quota di spesa gravante sul tormentato bilancio dell’Unione.

In foto, da sinistra a destra, i commissari per le politiche regionali e le relazioni istituzionali Johannes Hahn e Maroš Šefčovič e Linas Linkevičius, ministro degli Esteri della Lituania. (© Council of The European Union – 2013)

L' Autore - Davide D'Urso

Caporedattore, Presidente del Consiglio di Redazione e Vice Presidente dell'Associazione OSARE Europa - Laureato in Scienze Internazionali e Studi Europei presso l'Università di Torino e la Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi, ho avuto esperienze professionali a Torino e Novara nei settori della comunicazione e dell'internazionalizzazione d'impresa. Nel 2014 ho lavorato a Bruxelles come addetto stampa per la Presidenza italiana del Consiglio UE. Vivo e lavoro a Torino. Scrivo di politica e istituzioni UE, Mediterraneo e politica di vicinato.

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