lunedì , 19 febbraio 2018
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Francois Hollande, quando il fumo negli occhi non paga

Se, dopo l’ultima tornata elettorale , l’Italia piange per il timore dell’ingovernabilità, la Francia, che il proprio Presidente l’ha eletto il 6 maggio scorso, non riesce comunque a sorridere. A distanza di un quasi anno, infatti, sono sempre meno secondo i sondaggi i cittadini francesi che apprezzano l’operato di François Hollande, nonostante al ballottaggio ben il 51,87% degli stessi gli avesse accordato la propria preferenza.

La ricetta proposta da Hollande in 60 punti, intitolata“Le changement c’est maintenant”, proponeva riforme immediate (del mercato del lavoro e del sistema pensionistico) e una nuova visione dell’Europa, più orientata a superare la crisi rilanciando crescita e occupazione e non soltanto imponendo l’austerità. Nella sua visione, il pareggio di bilancio era un obiettivo a lungo termine e comunque secondario rispetto al rilancio della crescita. Tutto ciò significava un no all’inserimento di una “regle d’or” nelle Costituzioni dei Paesi membri, che sancisse l’obbligo del pareggio di bilancio, posizione che aveva preoccupato anche la Germania del Cancelliere Merkel dichiaratasi apertamente pro-Sarkozy.

Come detto, a quasi un anno di distanza dall’elezione, a preoccupare Hollande, più che le opinioni dei leader europei, è l’umore dei cittadini francesi vista la sua popolarità in continua flessione. Il sondaggio dell’IFOP per Le Monde, ad esempio, parlava, nel mese di dicembre, del 37% di cittadini soddisfatti dell’operato di Hollande, rispetto al 52% di partenza a maggio. Come se non bastasse, in un altro sondaggio, il 44% degli intervistati si era dichiarato convinto che Sarkozy si sarebbe comportato meglio di Hollande in questi mesi e di sperare in un futuro ruolo da protagonista per l’ex Presidente. Ciliegina sulla torta il consueto sondaggio condotto dall’Insitute TNS sulla popolarità del Front National che ha parlato del 32% di francesi in linea con le idee di Marine Le Pen la quale, cavalcando i temi dell’occupazione e della crescita, pare stia raccogliendo consensi anche tra gli ex-elettori di sinistra.

I successi mediatici di Hollande, come la tassa sui più abbienti (poi rigettata dalla Corte Costituzionale), “le mariage pour tous” o il prossimo provvedimento per il divieto di cumulo delle cariche pubbliche, non sono bastati a convincere i francesi che, anzi li hanno visti come fumo negli occhi gettato da un Presidente abile a creare dibattito con temi non prioritari per rimandare invece gli interventi più scomodi, come la riforma del sistema pensionistico e del mercato del lavoro. E che si limita, come Sarkozy, a tagli orizzontali alla spesa pubblica, ignorando le due principali preoccupazioni dei francesi, ovvero il calo del potere d’acquisto e l’aumento del tasso di disoccupazione, in costante crescita da venti mesi e che a fine anno ha raggiunto il livello record dell’11,8%.

Lo stesso dicasi per l’Hollande in versione europea, pronto a celebrare come un successo quello che in Francia è parso più come una vittoria di Pirro, ovvero l’accordo per il quadro finanziario pluriennale dell’UE (2014-2020). Resosi conto di non poter contare sull’appoggio di Monti per il prossimo futuro, le President è sembrato in realtà piegarsi subito al duo Merkel-Cameron accettando la contrazione del bilancio, con buona pace degli obiettivi crescita ed occupazione (punti cardine della sua Agenda elettorale) e lottando solo per mantenere le sovvenzioni a favore dei suoi agricoltori.

A salvare Hollande dalla graticola non è servito neanche il trionfale intervento in Mali, iniziato (così come aveva fatto Sarkozy in Libia) in solitaria e che ha portato in poco tempo alla liberazione di Konna, Kidal e Timbouctou dal controllo degli integralisti di Azawad. L’azione ha però influito poco sulla sua popolarità, cresciuta di un effimero e temporaneo punto percentuale nel mese di Gennaio (dal 37% di dicembre al 38% di gennaio), e tornata al 37% nel mese di Febbraio. Il dato sorprende perché all’atto dell’intervento ben il 63% dei francesi si era rivelato favorevole allo stesso (in occasione dell’intervento in Libia l’anno precedente erano il 58%). Percentuale addirittura salita al 65% in seguito al dispiegamento di truppe sul terreno (in Libia era scesa al 54% dopo una sola settimana di intervento) e malgrado il maggior rischio per i propri soldati. In sostanza questi dati non solo evidenziano come i francesi non soffrano di “stanchezza da guerra”, ma dimostrano quanto siano lontani, secondo Frédéric Dabi, i tempi in cui gli interventi in politica estera salvavano i Presidenti restituendo loro popolarità (come avvenuto con Mitterand in occasione dell’intervento nella guerra del Golfo del ’90).

Così, nonostante “les Képis Blancs” marcino verso Gao cantando “nous n’avons pas seulement les armes, c’est le Diable qui marche avec nous” il consenso di Hollande continua a marciare verso il basso. Rimandando i provvedimenti che la Francia chiede a gran voce infatti, rischia di perdere non solo l’approvazione del vario elettorato che lo aveva preferito in sede di ballottaggio (52%), ma anche quel 28,63% di “consensi veri” (che lo avevano scelto già al primo turno). Ciò che gli viene chiesto non è un continuo show, ma la coerenza rispetto alla sua Agenda, le riforme per la Francia e un nuovo impulso all’Europa. E gli viene chiesto adesso, perché se l’agenda si fosse chiamata “Le changement, c’est lentement”, probabilmente Hollande non l’avrebbe votato nessuno.

Non è sufficiente dire “no al rigore” o rispondere “Non lo vedrete mai più” ai bambini che gli chiedevano “Dov’è Sarkozy? Non l’abbiamo mai visto!”, per garantirsi un governo a lungo termine. Servirebbe non far rimpiangere il passato. Ed a rimpiangerlo il popolo impiega davvero poco, Monsieur Le President. L’Italia insegna.

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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