giovedì , 22 febbraio 2018
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Photo © European People's Party, 2011, www.flickr.com

FYROM, Macedonia: le violenze, lo stallo politico

FYROM, Former Yugoslavia Republic of Macedonia. Da gennaio la tensione è alta. L’opposizione continua a contestare la vittoria di Gruevski (al potere dal 2006) nelle elezioni dell’aprile 2014 e boicotta il Parlamento. Chiede un governo tecnico che traghetti il Paese verso elezioni anticipate e democratiche. L’opposizione lo accusa, oltre che di frode elettorale, di corruzione, di pressioni su media e magistratura, di deriva poliziesca e autoritaria. Lo accusa di avere insabbiato l’omicidio di un ragazzo di 22 anni da parte della polizia e di aver fatto intercettare sistematicamente leader dell’opposizione, giornalisti, imprenditori, leader religiosi e magistrati.

Le proteste di piazza

Nelle scorse settimane migliaia di persone hanno manifestato, unite dallo slogan #protestiram. La grande manifestazione del 5 maggio (conclusasi con violenti scontri e una ventina di feriti) ha visto per la prima volta nella breve storia del Paese i cittadini di diverse comunità (tra cui gli albanesi, circa 25% della popolazione) richiedere in modo unitario le dimissioni dell’esecutivo. È questo il carattere più significativo delle proteste: la rinascita della società civile macedone.

Nel 2001 gli scontri tra forze di sicurezza e guerriglia albanese avevano portato il Paese sull’orlo della guerra civile, scongiurata dagli accordi di pace di Ohrid che riconobbero maggiori diritti alla popolazione albanese. Nell’ultimo decennio però il governo Grueski ha fomentato le tensioni latenti con una retorica fortemente nazionalista, alimentando la paura tra gli slavo-macedoni per mantenere il consenso politico.

 Gli scontri di Kumanovo

Il fantasma dell’odio etnico è riemerso il 9 maggio a Kumanovo, dove 30 ore di scontri tra la polizia e un gruppo di uomini armati hanno provocato 22 morti e 37 feriti e devastato un quartiere della multietnica città sita nel nord-est del Paese (nel 1999 vi furono siglati gli accordi che misero fine alla guerra del Kosovo). La versione ufficiale parla di un’operazione delle forze speciali contro un gruppo di “terroristi pan-albanesi” affiliati all’UCK e provenienti da un “Paese vicino”, che progettavano attentati per destabilizzare il Paese.

Una versione non condivisa da molti. Secondo l’opposizione gli scontri sono stati un diversivo per distogliere l’attenzione dalla crisi politica, spaccare il fronte della protesta con lo spettro della guerra civile e recuperare credito come “unico baluardo contro il terrorismo”. Fosse questa la realtà, significherebbe che Gruevski è pronto a rischiare una guerra civile pur di restare al potere.

Intanto gli abitanti di Kumanovo sono sotto shock. Nei giorni successivi agli scontri, in un video diventato virale in poche ore, un abitante albanese della città, intervistato da un giornalista, invitava a difendere la convivenza, tra gli applausi della folla, in maggioranza macedone, al grido di “terrorismo e nazionalismo sono creati per dividerci”.

Dimissioni, ma le proteste continuano

A Skopje le proteste sono continuate in sordina, per rispetto della tragedia. Su pressione occidentale, i membri del governo più compromessi dagli scandali (i Ministri dell’Interno e dei Trasporti, il capo dei Servizi Segreti) si sono dimessi. Operazione non sufficiente però a recuperare la piena legittimità internazionale. L’opposizione, rinvigorita da questa prima vittoria, continua a protestare: l’obiettivo sono le dimissioni di Gruevski, che però non sembra disposto a fare passi indietro. Il 17 maggio tra le decine di migliaia di persone scese in piazza c’erano anche europarlamentari e ambasciatori di Paesi occidentali.

Le reazioni dell’UE e dei Paesi della regione

La FYROM è candidata all’adesione all’UE dal 2005 ma finora il Consiglio si è rifiutato di aprire i negoziati. L’UE ha espresso preoccupazione per la crisi politica, ha denunciato le violenze e lanciato un monito al premier, pur non avendo ancora assunto una posizione netta. La Germania e gli USA invece sostengono apertamente l’opposizione. Solo la Russia continua a restare dalla parte di Gruevski.

Preoccupazione anche tra i Paesi vicini tra cui Serbia, Albania e Kosovo. In molti hanno invitato alla calma dopo gli scontri armati. Pristina in particolare ha negato qualsiasi coinvolgimento. I media sensazionalisti serbi, invece, non hanno esitato a parlare di una possibile guerra. La Serbia ha comunque rafforzato i controlli al confine. La situazione è grave e le tensioni e lo stallo sono rischiosi sia per la Macedonia che per l’intera area. Rispetto al 2001 però ci sono elementi che spingono all’ottimismo. Tra questi il risveglio della società civile: nonostante le tensioni non sembrano esserci le basi per un nuovo conflitto inter-etnico.

L' Autore - Federica Dadone

Lureata magistrale in Scienze Internazionali - China, India & Middle East presso l'Università degli Studi di Torino. Sono stata vicepresidente della ONLUS Nema Frontiera, che lavorava in Bosnia nel settore del sostegno all'istruzione ed all'attivismo giovanile. Il mio percorso di studi si è concentrato sui Balcani, sul ruolo dei media e degli organismi internazionali nelle guerre degli anni '90. Ho vissuto per un anno a New York dove ho lavorato per una Fondazione culturale.

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