domenica , 25 febbraio 2018
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Germania: i no-euro di AfD guadagnano terreno

Non sarà più «il malato d’Europa», ma certo dalla Germania – posta a difesa dell’integrità europea in questi anni di crisi finanziaria e del debito pubblico – arrivano notizie affatto rassicuranti. A metà agosto venivano pubblicati i dati sulla crescita del PIL tedesco nel secondo quadrimestre, che segnavano un calo dello 0.2%. Nella stessa occasione Destatis, l’ufficio statistico federale, rivedeva i dati del primo trimestre: crescita dello 0.7% invece che dello 0.8%. Non solo un errore statistico, visti i risultati altrettanto deboli di Francia e Italia e l’importanza relativa della Germania, che conta per quasi un terzo di PIL dell’eurozona.

La contrazione tedesca è attribuibile all’inverno caldo di quest’anno, che ha anticipato parte della produzione al primo trimestre, in particolare nel settore delle costruzioni. Gli incrementi di spesa pubblica e privata nel secondo quadrimestre non sono riusciti a compensare il riequilibrio avvenuto nei mesi da aprile a giugno. I cali verificatisi negli indicatori anticipatori di trend futuri segnalano che la crisi in Ucraina e le conseguenti tensioni con la Russia hanno avuto e continueranno ad avere effetti deleteri sulla crescita in tutta l’UE, in particolare sui grandi esportatori come la Germania. Similmente, anche la bassa spesa in investimenti avrà un impatto significativo sulle dinamiche della domanda interna e della crescita della «locomotiva d’Europa».

Questi dati – non drammatici, ma pur sempre preoccupanti – pongono seri dubbi sulla sostenibilità di lungo termine della politica economica tedesca, con un modello di crescita basato sulla compressione della domanda interna e le esportazioni. Ma pur nella diminuzione degli scambi intra-europei verificatasi nel corso della crisi, i principali mercati di sbocco dei prodotti tedeschi rimangono quelli dell’UE. E se alcuni tra i maggiori acquirenti delle esportazioni tedesche, i Paesi «periferici», non usciranno dalla recessione, trascineranno con loro anche la Germania restia a politiche fiscali espansive.

Come in altri Paesi europei, la crisi economica ha determinato una crisi dei partiti «di governo» di centro-sinistra e centro-destra, favorendo invece gli estremi dello spettro politico e chi se ne pone al di fuori, come il M5S. La scorsa settimana in Turingia e Brandeburgo, due settimane prima in Sassonia, sono Alternative für Deutschland (AfD) di Bernd Lucke e Die Linke ad aver guadagnato terreno, a scapito soprattutto dell’SPD, dopo il risultato positivo già ottenuto alle europee di maggio.

Fondata a inizio 2013 come lista monotematica per l’uscita della Germania dall’euro, AfD non riuscì per un soffio a entrare nel Bundestag alle elezioni federali del settembre 2013. Alle europee l’affermazione fu invece netta e il partito confluì nel gruppo dei conservatori euroscettici guidato dai Tories britannici. Ma è in queste ultime elezioni regionali che AfD riesce ad arrivare addirittura al 12% nel Land del Brandeburgo, storico feudo socialdemocratico. Anche in Turingia – che pure sarà retta da un Presidente della Linke in coalizione con l’SPD – i guadagni elettorali sono stati notevoli. AfD deve molto del suo successo allo spostamento al centro della CDU di Angela Merkel: quest’ultima ha sostanzialmente fagocitato i liberali dell’FDP, aprendo un vuoto a destra che Lucke, Presidente del partito ed europarlamentare, non ha tardato a riempire di liberismo economico, conservatorismo a tinte scure sui temi sociali, gretto populismo nell’aizzare le folle contro le «menzogne» della Cancelliera e dell’Europa.

Lucke, ex-professore di macroeconomia ad Amburgo, è stato sempre molto cauto a fermarsi un passo prima dell’estremismo dell’NPD e a sfruttare il sentimento di «esclusione» dall’arco parlamentare tradizionale, strategia comune a molti partiti della «destra radicale» . Il suo brand politico si colloca coi Tories proprio per dissociarsi da UKIP e tentare di sfuggire, quindi, all’etichetta «populista».

In principio era il Verbo: «Mut zur Warheit», il coraggio della Verità, slogan che campeggiava su manifesti celesti in occasione delle elezioni federali. Il coraggio, per l’AfD, di dire che «i cittadini sono sistemici. O forse no», in riferimento al rischio sistemico che alcuni segmenti, come un sistema bancario debole, presentano per un’intera economia. Il coraggio di dire che «l’immigrazione ha bisogno di regole rigide». Il coraggio di dire la verità sull’euro che «manda in rovina l’Europa, e anche noi!».

Photo: Lucke durante un comizio elettorale © blu-news.org – www.flickr.com, 2013

L' Autore - Sebastiano Putoto

Laureando magistrale tra Italia e Germania in International Business and Economics, con specializzazione in Macroeconomia. Nato e maturato a Bruxelles, emigrato presso le Università di Pavia, Tolosa e Tubinga, mantiene il suo campo base in territorio belga-fiammingo. E’ co-fondatore di TRAM:E (Teoria, Riflessione, Azione, Movimento: Europa). Poca dimestichezza con i confini, nazionali e individuali. Poliglotta.

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