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Grecia
Il premier greco Alexis Tsipras in un frangente del vertice straordinario di domenica notte (Photo: EU Council)

Grecia: il gioco del pollo e la sconfitta di Tsipras

Quando Alexis Tsipras ha interrotto le trattative con i creditori, dieci giorni fa, e imposto un referendum sulla loro ultima proposta, voleva mettere l’Europa con le spalle al muro. In caso di vittoria dei “no”, pensava il premier greco, sarebbe toccato alle istituzioni fare una proposta più leggera di quelle discusse fino ad allora, o accettare l’uscita della Grecia dall’euro, con conseguenze potenzialmente imprevedibili.

Di fronte alla scelta, scommettevano Tsipras e l’allora Ministro delle Finanze Varoufakis, l’Unione avrebbe fatto maggiori concessioni. Se così non fosse andata, il governo greco avrebbe potuto gradualmente uscire dalla moneta unica, forte del supporto popolare. In caso di vittoria del “sì”, il suo governo si sarebbe semplicemente dimesso: una condizione win-win.

Il “no” alla fine ha vinto nettamente, ma la posizione tedesca ha cambiato tutto. Improvvisamente è stato chiaro che un gruppo di Paesi europei, guidati dalla Germania, era convinto che la Grexit fosse diventata la migliore possibilità per l’eurozona. Un’idea all’apparenza folle, che questi Stati sembravano però disposti a prendere per buona.

Chi era ancora disposto a negoziare un accordo – la Commissione Europea, la BCE, la Francia e l’Italia – lo faceva partendo da un presupposto: si poteva cercare una mediazione, ma i greci non avrebbero comunque potuto portare a casa una vittoria, figuriamoci una vittoria netta. L’UE si è comportata come se avesse il coltello dalla parte del manico. E così facendo l’ha strappato a Tsipras.

La Grecia, Tsipras e i compromessi del governo

Il lunedì dopo il voto, probabilmente, Tsipras aveva già capito di essere sconfitto: il suo gioco poteva funzionare solo se fosse stato davvero convinto della possibilità di uscire dall’euro. Possibilità ventilata e suggerita da un ampio numero di esperti commentatori, da un lato come dall’altro, tra cui diversi premi Nobel.

Persino l’editorialista del Financial Times, Martin Wolf, ha scritto che se fosse stato costretto a votare per il referendum greco sarebbe stato tentato di scegliere il “no”, preferendo il mare aperto (l’uscita dall’euro, come estrema conseguenza) rispetto al diavolo conosciuto (l’austerity, le istituzioni).

Wolf però non guida un Paese da oltre dieci milioni di abitanti. Né Krugman, o Stiglitz. Scrivono editoriali, per quanto influenti. Tsipras invece quel Paese lo guida e di spedirlo nel mare aperto non poteva sentirsela, nemmeno di fronte all’esplicito consenso della maggior parte dei suoi cittadini. Ecco perché la cacciata immediata di Varoufakis e l’inizio di una mediazione faticosissima e, alla fine, ancora più dolorosa. Un capo di governo non fa saltare nel buio un intero Paese e in quest’ottica possono essere lette le dichiarazioni pre-referendarie, quando Tsipras ripeteve che il voto non era sulla permanenza nell’eurozona.

Il gioco del pollo e l’irresponsabilità della Germania

A quel punto il senso del referendum si è semplicemente perso: è diventato una consultazione su una proposta tecnica già ritirata. È servito a un altro scopo, ovvero a mettere in chiaro chi, nel gioco del pollo – il riferimento è al chicken game della teoria dei giochi, di cui Varoufakis è un esperto – fosse davvero disposto a rischiare tutto. Nel gioco del pollo (o del coniglio), due attori si sfidano guidando verso un dirupo ciascuno la propria auto. Vince chi sterza per ultimo. Se nessuno dei due sterza, precipitano entrambi.

La risposta è diventata sempre più chiara nel corso dell’ultima settimana e del lungo vertice di domenica: la Germania. Il governo tedesco, lasciando trapelare di non temere la Grexit e arrivando addirittura a inserire l’ipotesi in una bozza negoziale, ha fatto capire di non voler sterzare. A quel punto, Tsipras si è dovuto comportare da attore razionale. Ha sterzato lui, evitando il precipizio, ossia la frattura dell’eurozona.

Il suo errore è stato non aver capito fino a che punto si sarebbero spinti i tedeschi, ma a sua discolpa, pochi lo avevano capito. Bisogna capire che effetto avrà sull’UE la consapevolezza del fatto che il governo tedesco, da cui ci si aspetterebbe un comportamento razionale e responsabile, ha agito nel modo più irresponsabile di tutti.

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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