mercoledì , 15 agosto 2018
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Il confine fra Serbia e Ungheria © Wikimedia Commons, 2015

I muri in Europa e la Germania

In questi mesi del 2015 sono ritornati in Europa i fantasmi e i simboli della divisione, come quella rete alta 6 metri che divide in Marocco un pezzo delle paure europee dal resto del mondo. Oppure il nuovo muro che si sta costruendo tra l’Ungheria e la Serbia, nel tentativo di fermare la storia, ovvero di arginare un flusso oramai inarrestabile di migranti. d è (ri)spuntata anche la “jungla”, come viene chiamata quella terra di nessuno a Calais che per anni è cresciuta nella piena indifferenza sia della Francia che del Regno Unito. Tutto questo mentre di fatto naufraga il primo relitto nel cuore dell’Europa, un TIR con 71 morti soffocati dalla loro voglia di libertà e che di fatto sposta il baricentro della questione dalle coste mediterranee ai salotti buoni del centro Europa.

Il grandangolo del dramma ora riprende anche le coste greche, lasciando invariata tristezza e sofferenza. Sullo sfondo compaiano nuovi attori, interpretati dai volti imbarazzati e spaesati dei Macedoni, dei Serbi e degli Ungheresi, consci che di quel fiume di gente solo una percentuale irrisoria si fermerà nelle loro terre.

L’Europa e la Germania

A Bruxelles si preannuncia un autunno caldo anche perché c’è la percezione che si stia continuando a pensare con 28 teste diverse, ad avere opinioni differenti sugli accordi di Schengen, sulla figura del profugo, sugli scafisti (ora per raggiungere l’Europa dalla Turchia basta un gommone acquistato su internet) e sulla oramai sfiorita primavera araba. Rimane sempre più certa una redistribuzione obbligatoria dei migranti, mentre da Londra rimbalzano lamentele sui sussidi di disoccupazioni che alimentano parassiti e ingessano la società civile.

In attesa delle nuove azioni di Juncker, la barra del timone europeo viene presa ancora una volta dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel acclamata da un vero e proprio tifo da stadio nei vari colli di bottiglia che ostacolano il flusso.

In effetti “mamma” Merkel, come ora viene chiamata dai più, è stata l’unica a reagire concretamente alle troppe immagini drammatiche che giungevano questa volta non più da luoghi sperduti e ameni, ma dall’Europa, aprendo insieme all’Austria le frontiere. Monaco di Baviera e altre città tedesche nei giorni scorsi hanno accolto i profughi con un coinvolgimento di centinaia di cittadini, pronti a solidarizzare. Il profugo non fa più paura e rimbalzano un po’ ovunque immagini di abbracci, di vere e proprie carezze fisiche e segnali di affetto. La Germania di fatto ha ricordato a tutti cosa dovrebbe fare l’Europa, con un approccio al (non) problema mettendo il diritto sovranazionale all’asilo politico prima di ogni questione di politica interna. Il piccolo Aylan spiaggiato in Turchia e il suo fratellino Galip di 5 anni non sono morti invano, sono forse i nuovi martiri necessari per dare uno scossone alle coscienze e alla politica europea, per un’Europa piena di veri fondatori ma ancora non fondata del tutto.

Gli altri spread con Berlino

E’ anche vero però che non tutta la Germania la pensa così. In più parti vengono segnalate azioni di intolleranza. Per capire che la storia si ripete, anche e purtroppo nelle azioni xenofobe di triste memoria, può far bene rileggere il capolavoro scritto a metà degli anni ottanta da Gunter Wallraff, “Faccia da turco” cui viene riportata la frase presa da un muro tedesco “Basta con gli esperimenti sugli animali, usate i turchi”.

Da quel periodo in cui fu scritto il libro ad oggi, si scopre una Germania in cui vivono circa 2,5 milioni di Turchi, mentre i musulmani stimati sono circa 4 milioni su 82 milioni di abitanti, con una popolazione tra le più vecchie d’Europa e con il secondo più basso tasso di natalità. L’occupazione tra gli immigrati è in aumento mentre la disoccupazione complessiva supera di poco il 5%, la più bassa di un’Europa a più velocità (Grecia 25%, Spagna 23,5%, Croazia 17,7%, Italia 12,7%). Quando si parla di spread e di gap con la Germania, si parla anche di questo.

L' Autore - Luca De Poli

classe '70, Laurea in Scienze Politiche a Padova e Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali Comparate presso l'Universita' Ca' Foscari di Venezia. Master SDA Bocconi (2003-05) e Master Ipsoa (Pianificazione Patrimoniale). Autore del libro "78 giorni di bombardamento NATO: la Guerra del Kosovo vista dai principali media italiani" (Primo Premio al Concorso Internazionale 2015 Mario Pannunzio, Istituto Italiano di Cultura fondato da Arrigo Olivetti e Mario Soldati, Torino - Sez D). 100% del ricavato viene donato ad Amnesty International. E del libro "Ibrahim Rugova. Viaggio nella memoria tra il Kosovo e l'Italia" (Primo Premio Rive Gauche 2016 Firenze, patrocinato dal Ministero Beni Culturali). Dopo aver seguito per anni progetti nel settore bancario rivolti anche al mondo del Non Profit, dal 2015 si occupa di Wealth Management.

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