martedì , 20 febbraio 2018
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I parlamentari nazionali discutono la governance europea

Il Fiscal Compact è associato da molti cittadini europei alla più stringente politica di austerità e al rigoroso rispetto delle regole di bilancio. Il malessere sociale nei confronti di queste politiche si va intesificando. Per di più, regole come quella della riduzione di un ventesimo all’anno dell’eccedenza di debito pubblico oltre la soglia del 60% del PIL, prevista proprio dal Fiscal Compact, sono percepite come imposizioni dall’alto, prive del necessario appoggio democratico. Ci si trova di fronte al consolidato problema del deficit democratico dell’Unione Europea. Inutili le rassicurazioni di coloro che sottolineano come accordi come il Fiscal Compact siano stati siglati da governi nazionali, che agiscono sulla base di un mandato elettorale democraticamente definito.

Per molti questo non è abbastanza. Gli stessi governi e le forze politiche che li sostengono hanno spesso trascurato di comunicare agli elettorati nazionali questo aspetto della governance europea, concentrandosi invece in proclami contro quello che ‘ci chiede l’Europa’ e gli obblighi discendenti dal Fiscal Compact. Il caso italiano è emblematico.

I promotori del Trattato sulla Stabilità, il Coordinamento e la Governance nell’Unione Economica e Monetaria (come formalmente è indicato il Fiscal Compact) sembra abbiano voluto introdurre un antidoto a questi dubbi, quasi a voler limitare la portata intergovernativa dell’accordo. Il Fiscal Compact infatti è, come detto, un accordo fra governi. L’articolo 13 del Trattato richiede però la convocazione di una Assemblea Interparlamentare sulla governance economica e finanziaria. L’idea di un’assemblea siffatta implica un coinvolgimento diretto dei parlamentari nazionali, in modo da aumentare il livello di democraticità delle decisioni sull’UEM. La partecipazione dei parlamenti nazionali alle decisioni continentali è infatti una delle principali richieste di coloro che denunciano il deficit democratico europeo.

La prima edizione della Conferenza si è svolta nei giorni scorsi a Vilnius, capitale della Lituania, il Paese che detiene la presidenza del Consiglio in questo semestre. La Conferenza riunisce, secondo il dettato dell’articolo 13, i rappresentanti delle commissioni parlamentari nazionali dedicate ai temi economici e finanziari, oltre che esponenti del Parlamento Europeo. L’obiettivo è quello di garantire la “legittimità democratica” e un adeguato “controllo parlamentare” sui fondamentali cambiamenti che la governance europea ha conosciuto negli ultimi anni. In particolare, si richiede un maggior dialogo con la Commissione Europea nell’ambito del semestre europeo.

Il messaggio che traspare dalle conclusioni della Conferenza trasmette sostegno alle iniziative europee contro la crisi economica, ma anche il richiamo a uno sforzo ulteriore. Così, gli 8 miliardi della Youth Guarantee messi a disposizione dal Consiglio Europeo di giugno devono essere accompagnati “da altri passi concreti”.

Difficile però attendersi da una Conferenza così poco considerata un messaggio di rinnovamento della governance economica europea. I rappresentanti dei parlamenti nazionali, spesso molto critici in patria, pare abbiano mancato l’occasione di far sentire la propria voce. Non solo la Conferenza è stata per lo più snobbata dai media internazionali, ma i contenuti delle conclusioni paiono giustificare questa decisione. Certo, sono presenti costanti richiami a un maggior coinvolgimento delle assemblee parlamentari nei lavori dell’UEM, ma chi ricercasse un segnale di rottura sul Fiscal Compact o lo stretto rispetto dei parametri di Maastricht, rimarrà deluso.

La Conferenza appoggia infatti gli sforzi di consolidamento fiscale e di limitazione degli squilibri di bilancio, soprattutto nell’eurozona, tramite una migliore azione di raccolta delle tasse. Supporta poi le misure di supervisione adottate negli ultimi anni, come, appunto, il Fiscal Compact., Anche l’operato della Commissione nel semestre europeo trova il sostegno dei parlamentari riuniti a Vilnius, anche se è presente un accenno alla necessità di programmi di rientro da deficit e debito specifici per ogni Paese.

I passaggi più incisivi riguardano l’unione bancaria: è necessario rompere il circolo vizioso fra esposizione delle banche e debiti statali, anche tramite un rapido accordo fra PE e Consiglio sul meccanismo unico di risoluzione delle crisi bancarie. Troppo poco per affermare che i parlamenti siano coinvolti a pieno titolo nella governance europea: questa rimane in larga parte un gioco intergovernativo.

In foto i lavori della Conferenza Interparlamentare a Vilnius (Foto: Olga Posaškova, Office of the Seimas)

 

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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