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Kosovo
La piazza dedicata a Rugova a Pristina © Adamo Jones - www.flickr.com, 2013

Ibrahim Rugova, eroe non violento del Kosovo

Dieci anni fa moriva Ibrahim Rugova (02/12/44 – 21/01/2006), una delle figure più controverse del Kosovo ma anche un protagonista assoluto che, con il suo debole potere, per alcuni anche senza un reale potere, ha cercato fino all’ultimo di risolvere la delicata questione kosovara con la cultura della “non-violenza”. È stato uno dei pochi Leader che non ha mai portato una pistola, né indossato una divisa militare. È stato anche una figura poco ascoltata dalla Comunità Internazionale, che non è stata pronta a cogliere già dai primi anni ‘90 la novità del suo pensiero finalizzato a diffondere la cultura della tolleranza e del valore delle disuguaglianze.

Figlio unico, ancora prima di compiere i due anni i comunisti delle brigate della sicurezza jugoslava (Onza) ammazzano il padre, che già in quel periodo milita nell’esercito albanese per la liberazione e l’autonomia del Kosovo. Sembra che il destino sia segnato, ma il nonno, musulmano come tutta la sua famiglia, lo educa e contrariamente alla tradizione locale caratterizzata da vendette (di sangue), lo cresce senza odi e rancori. Il nonno non perde attimo per ricordargli che “tuo padre non è stato ucciso dal popolo serbo, ma dall’esercito comunista serbo”.

Il suo impegno politico è legato al periodo in cui in Kosovo viene creato uno “Stato parallelo”: nascono scuole e ospedali che si sostengono grazie all’auto-tassazione degli albanesi residenti all’estero. Emerge chiaramente la volontà di una lotta non violenta e della riconciliazione del popolo kosovaro-albanese per fermare le vendette di sangue, dando,di fatto,una risposta all’atteggiamento nazionalista filo-serbo tenuto nella regione dal governo di Belgrado guidato da Milošević.

Grazie a questo suo impegno, Rugova viene definito il “Gandhi dei Balcani” e nel 1998 il Parlamento Europeo gli assegna il premio Sakharov, riconoscimento destinato a “personalità di spicco distintesi nella lotta contro l’intolleranza, il fanatismo e l’oppressione. Seguendo l’esempio di Andrej Sacharov, i vincitori del premio a lui intitolato testimoniano quanto coraggio sia necessario per difendere i diritti dell’uomo e la libertà di espressione”.

Purtroppo però il suo atteggiamento non-violento viene interpretato dai più come un segnale di debolezza, di immobilismo politico, e la comunità internazionale, incalzata dall’opinione pubblica e dai media con le loro immagini di esodi biblici dal Kosovo, porta a Rambouillet (sede dei negoziati internazionali nel 1999) un Rugova con un ruolo marginale, tanto da non riuscire ad impedire lo scoppio della guerra in Kosovo. La sua figura viene ulteriormente offuscata anche durante i 78 giorni di guerra, quando delle immagini televisive sono oggetto di faziose strumentalizzazioni da più parti: Rugova dato per morto sotto il bombardamento incrociato della Nato e dei Serbi, riappare “resuscitato” e sorridente mentre stringe la mano a Milošević. Inoltre nei giorni successivi, in pieno conflitto, lascia il Kosovo per incontrare vari politici in Europa in cerca di ulteriori consensi, ma,  secondo altri, per scappare dalla guerra stessa.

Rugova muore esattamente due anni prima che il Kosovo si autoproclami una Repubblica indipendente e dopo aver ricoperto il ruolo virtuale di Presidente di un Kosovo ancora sulla carta. Oggi pochi ricordano la sua figura, ma, come dice la scrittrice Anna Bravo ne “La conta dei salvati”, “È un’idea malsana che quando c’è guerra c’è storia, quando c’è pace no. Il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato”.

Ed è importante ricordare Ibrahim Rugova anche perché la sua filosofia riporta a quella di Norberto Bobbio: “ciò che permette di giustificare la violenza in certe situazioni è l’esistenza di un’altra violenza, considerata originaria, la cui negazione è possibile soltanto attraverso una nuova violenza che si pone come derivata. Ma chi decide quale sia la violenza originaria e quale sia la violenza derivata? Questo è il problema. Un problema cui sinora nessuno ha mai trovato una soluzione perché la violenza originaria è sempre, per ognuno dei due contendenti, quella dell’altro”.

L' Autore - Luca De Poli

classe '70, Laurea in Scienze Politiche a Padova e Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali Comparate presso l'Universita' Ca' Foscari di Venezia. Master SDA Bocconi (2003-05) e Master Ipsoa (Pianificazione Patrimoniale). Autore del libro "78 giorni di bombardamento NATO: la Guerra del Kosovo vista dai principali media italiani" (Primo Premio al Concorso Internazionale 2015 Mario Pannunzio, Istituto Italiano di Cultura fondato da Arrigo Olivetti e Mario Soldati, Torino - Sez D). 100% del ricavato viene donato ad Amnesty International. E del libro "Ibrahim Rugova. Viaggio nella memoria tra il Kosovo e l'Italia" (Primo Premio Rive Gauche 2016 Firenze, patrocinato dal Ministero Beni Culturali). Dopo aver seguito per anni progetti nel settore bancario rivolti anche al mondo del Non Profit, dal 2015 si occupa di Wealth Management.

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