martedì , 14 agosto 2018
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Consiglio Europeo: il bilancio dell’ipocrisia

Elogio all’ipocrisia, esibizione tra le peggiori offerte da quell’arena dell’intergovernatismo che è il Consiglio Europeo. Davanti ai giornalisti il presidente Herman Van Rompuy ha provato a rivendere l’accordo sul bilancio pluriannuale 2014-2020 come una «scelta di responsabilità per il futuro del progetto europeo», ma solo una miopia irreversibile può offuscare ciò che appare più evidente: all’apice della crisi economica, ma anche politica e sociale che attanaglia l’Europa, l’Unione Europea risponde tagliando per la prima volta nella sua storia il proprio bilancio. Da sempre striminzito rispetto agli ambiziosi obiettivi cui è chiamato ad ottemperare, il budget dell’Unione da ieri è dimagrito di altri 34 miliardi di euro rispetto al settennato precedente, fissando il tetto di spesa a 960 miliardi di euro – esattamente pari all’1% del reddito nazionale lordo – ed a 908 miliardi gli stanziamenti per i pagamenti. Tali previsioni sono calcolate tenendo in considerazione l’adesione all’Ue della Croazia che avverà formalmente il prossimo luglio.

In termini assoluti, l’entità del taglio è in realtà paragonabile alla portata delle manovre finanziarie approvate negli ultimi anni da molti governi nazionali, spesso con orizzonti temporali ancora più brevi. Ma il segnale negativo è di natura politica, prim’ancora che economica. La regressione dagli oltre 1000 miliardi della proposta della Commissione dello scorso settembre, ai 973 della prima bozza Van Rompuy in novembre ed ora ai 960 miliardi, su cui ci si è accordati dopo la consueta maratona notturna, lascia passare l’idea che le negoziazioni di bilancio siano poco più di un banchetto a cui presentarsi per ottenere la propria fetta di torta e tornare ad esibire in patria lo scettro di una vittoria ora più che effimera. Con quale credibilità si intende promuovere occupazione, crescita e sviluppo con un bilancio che alla posta “Competitività per la crescita e l’occupazione” si vede ridotto di 27 miliardi rispetto alle proposte iniziali di Van Rompuy ? Quale progettualità si può affidare al “Meccanismo per collegare l’Europa” privando reti energetiche, infrastrutture e telecomunicazioni di quasi 17 miliardi ?

E’ la vittoria, effimera appunto, dei conservatori e degli intransigenti; è la conservazione di coloro (Francia, ma anche Italia) che hanno battagliato per non vedere tagliati i fondi per le politiche agricole e di coesione, accettando di barattarli con le riduzioni al tetto di spesa volute dai fautori del better spending. Non tanto la Germania, che non vedrà il desiderato aumento dei fondi per la ricerca, ma il “listone” dei falchi del Nord guidato dalla Gran Bretagna. Il rebate, la compensazione per i contributori netti ottenuta per prima da Margaret Thatcher nel 1984, è salvo per Regno Unito, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia.

Come si temeva, lo spirito di solidarietà invocato con chissà quale convinsione da François Hollande alla plenaria del Parlamento Europeo a Strasburgo si è presto dissolto di fronte all’indistricabile logica del “campanile” che avvolge i lavori a palazzo Justus Lipsius. Persino la lodevole scelta di affidare il 20% dell’intero budget alle politiche per il clima, ivi compresi la sicurezza energetica e il sostegno all’occupazione nella green economy, passa in secondo malgrado gli sforzi compiuti dal commissario Connie Hedegaard per portarla alla ribalta della cronaca. L’ennesima carenza di coraggio e lungimiranza schiaccia la credibilità dell’Unione: malgrado gli ultimi due anni abbiano già mostrato quali danni possano sorgere dal lato incompiuto dell’integrazione, l’intransigenza di parte dei leader nazionali è riuscita nel non facile compito di portare l’Europa sull’orlo dello scontro istituzionale. Non paga delle diatribe fra club del Nord e del Sud, tra falchi del rigore e discepoli del deficit spending, ora l’Unione si ritrova con la prospettiva non così remota di un veto del Parlamento Europeo sul quadro finanziario pluriennale licenziato dal Consiglio Europeo.

D’altronde Martin Schulz era stato chiaro già in occasione del Consiglio Europeo del 22 novembre scorso: «il Parlamento non approverà nessun accordo che si distanzierà in maniera significativa dalle proposte della Commissione». Nuvoloni scuri si addensano sul cielo di Bruxelles, ora che ci troviamo ad anni luce anche dalla prima bozza Van Rompuy. A rincarare la dose ci hanno pensato prima Alain Lamassoure, presidente della commissione bilancio del Parlamento, e poi i capigruppo di Popolari, Socialdemocratici, Liberali e Verdi in un comunicato congiunto. «I leader nazionali hanno deciso per un’Europa più debole e meno orientata alla solidarietà – attacca Lamassoure – lavoro e crescita saranno le prime vittime». Tagliano corto anche anche Joseph Daul, Hannes Swoboda, Guy Verhofstadt, Rebecca Harms e Daniel Cohn-Bendit a nome dei rispettivi gruppi parlamentari: «Non accettiamo un budget di austerità per i prossimi sette anni. Non possiamo accettare un bilancio basato su logiche del passato, dobbiamo guardare al futuro, alla crescita ed alla competitività».

I capigruppo puntano il dito contro una dialettica Parlamento-Consiglio venuta a mancare in sede di negoziato. Costretto dal dovere istituzionale, in conferenza stampa Van Rompuy ne ha fatta una questione di responsabilità provando a scaricare sul Parlamento il peso di un eventuale voto contrario. Intanto l’Europa cade vittima dell’euroscetticismo e dell’austerity. L’immagine dei ventisette leader che lasciano Bruxelles è quella di una scolaresca indisciplinata, alla disperata ricerca della promozione con il minimo sforzo: il compito in classe è mal riuscito, il voto in condotta pessimo.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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