lunedì , 19 febbraio 2018
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Il motore franco-tedesco non riparte. Hollande frena sulle riforme e preoccupa Berlino

Chi aveva creduto alla svolta europeista e riformista di François Hollande dovrà forse ricredersi. Dopo aver incassato dalla Commissione Europea una proroga di due anni per il rientro dal deficit eccessivo e aver promesso riforme incisive per risolvere i problemi strutturali che affliggono l’economia francese, Hollande non ha esitato negli ultimi giorni a ritornare su toni decisamente più sovranisti e conservatori.

Commentando le Country Specific Recommendations varate dalla Commissione per la Francia, il Presidente ha dichiarato infatti che i dettagli e le modalità attraverso cui raggiungere l’obiettivo di equilibrare le finanze pubbliche «sono responsabilità del governo e dello Stato» perché «altrimenti non ci sarebbe sovranità nazionale». Il governo francese non accetterà alcun dettato da Bruxelles, quindi. «Ci deve essere sovranità di implementazione» ha insistito Hollande, in quanto la Commissione fa raccomandazioni, ma «non dice al posto degli Stati membri quello che si deve fare».

Il Presidente francese ha rilasciato queste dichiarazioni nel corso di una conferenza stampa congiunta con la Cancelliera tedesca Angela Merkel, in seguito al vertice bilaterale che avrebbe dovuto sancire il rilancio del motore franco-tedesco in vista dei prossimi appuntamenti europei. La sortita di Hollande, che è sembrato voler mettere in discussione tempi e modi di riforme giudicate prioritarie dalla Commissione come quelle del mercato del lavoro e soprattutto del sistema pensionistico, non è però piaciuta alle forze politiche al governo in Germania. Si teme infatti che la ritrosia di Parigi, alle prese con un evidente declino economico, possa minare il lavoro compiuto fin qui per rafforzare la coesione politica e rilanciare l’economia della zona euro.

Il vice-capogruppo della CDU di Merkel al Bundestag, Michael Fuchs, ha sottolineato proprio come il sistema di governance economica europea non possa funzionare «quando un Paese come la Francia dice che può fare quello che vuole». «È preoccupante», ha aggiunto, «se un Paese dell’UE e dell’eurozona pensa che non sia necessario mantenere le promesse». Ancora più dure sono state le critiche di Norbert Barthle, portavoce della CDU per gli affari di bilancio, che ha accusato esplicitamente Hollande di essersi rivolto esclusivamente all’elettorato francese a causa dei sondaggi a lui sfavorevoli e di dimostrarsi incurante del fatto che la seconda economia dell’eurozona sia entrata in recessione. I dati sulla disoccupazione in Francia sono infatti allarmanti. Secondo il Ministero del Lavoro di Parigi, ad aprile il numero dei disoccupati è cresciuto di 40 mila unità, raggiungendo la cifra record di 3,264 milioni. L’andamento della popolarità di Hollande non è migliore: secondo un sondaggio di Le Nouvel Observateur, solo il 31% dei francesi è soddisfatto dell’operato del Presidente.

Dettato o meno dal suo scarso successo presso l’elettorato, il dietrofront di Hollande è stato comunque significativamente repentino rispetto a quando, nelle scorse settimane, aveva retoricamente sdoganato il tema dell’unione politica, chiesto un “governo per l’eurozona” e lodato a Lipsia, in occasione delle celebrazioni del centocinquantenario della SPD, il coraggio riformatore di Gerard Schröder, il cancelliere socialdemocratico che alla fine degli anni Novanta ha rivoluzionato il mercato del lavoro tedesco ponendo le basi della sua attuale competitività. Le speranze di un riavvicinamento tra Parigi e Berlino sulla base di un rinnovato impegno francese per le riforme economiche e l’integrazione politica e di una maggiore disponibilità del governo tedesco a consentire maggiore flessibilità nel risanamento dei conti pubblici, sono andate progressivamente svanendo.

Vista la reciproca diffidenza da parte dei due governi – poche settimane fa, per esempio, il Partito Socialista Francese di Hollande aveva accusato Merkel di «intransigenza egoista» – il vertice franco-tedesco, che nelle intenzioni doveva rappresentare un momento di rilancio dell’integrazione europea, non è andato oltre la routine diplomatica e l’accenno a possibili riforme, di stampo per altro intergovernativo, da realizzarsi dopo le elezioni europee del 2014 – e quindi dopo quelle tedesche del prossimo settembre.

Nel dettaglio, la dichiarazione congiunta presentata a metà settimana afferma esplicitamente l’intenzione di Francia e Germania di «rafforzare la governance della zona euro dopo le prossime elezioni europee». Le misure per il post-2014 includono un presidente stabile e a tempo pieno dell’Eurogruppo, nonché riunioni regolari tra i ministri dell’economia, del lavoro e della ricerca dei soli Paesi della zona euro. La sottolineatura dell’esclusività di questi accorgimenti ai diciassette Paesi dell’eurozona è testimoniata dalla proposta di un parlamento europeo separato per assicurare un «adeguato controllo democratico del processo decisionale». Queste correzioni istituzionali che di fatto sancirebbero la nascita di quella «Europa a più velocità» più volte auspicata da Hollande, sono argomenti controversi in Germania, dove non è vista di buon grado l’idea di dividere istituzionalmente l’eurozona dagli altri Stati membri dell’UE.

Dal punto di vista della politica economica, Francia e Germania si faranno promotori al prossimo Consiglio Europeo di misure per la crescita e l’occupazione, in particolare di quella giovanile mediante la creazione di un apposito fondo europeo, pur tenendo fermo il principio del consolidamento fiscale e delle riforme strutturali. La ricerca della competitività, cavallo di battaglia di Merkel e della Commissione, dovrebbe quindi continuare ad avere un ruolo centrale nelle strategie economiche europee.

La Cancelliera ha infatti tenuto a ribadire in conferenza stampa che «i programmi messi a punto da Spagna, Italia, Grecia, Portogallo e Irlanda non si concentrano soltanto sul consolidamento dei bilanci», ma anche su «riforme massicce» che possono cambiare significativamente i sistemi nazionali aumentandone la competitività economica. In questa strategia la flessibilità e la dinamicità del mercato del lavoro rappresentano due elementi fondamentali per assorbire la disoccupazione e rilanciare la crescita in Europa. Con buona pace delle “sovranità nazionali”.

In foto Angela Merkel e François Hollande alle celebrazioni per il cinquantenario del Trattato dell’Eliseo il 21 gennario 2013 (Foto: Bundesregierung/Denzel). 

L' Autore - Davide D'Urso

Caporedattore, Presidente del Consiglio di Redazione e Vice Presidente dell'Associazione OSARE Europa - Laureato in Scienze Internazionali e Studi Europei presso l'Università di Torino e la Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi, ho avuto esperienze professionali a Torino e Novara nei settori della comunicazione e dell'internazionalizzazione d'impresa. Nel 2014 ho lavorato a Bruxelles come addetto stampa per la Presidenza italiana del Consiglio UE. Vivo e lavoro a Torino. Scrivo di politica e istituzioni UE, Mediterraneo e politica di vicinato.

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