domenica , 18 febbraio 2018
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I profughi siriani a Budapest © Wikimedia Commons, 201

Il nuovo piano UE per il ricollocamento dei migranti

Tra il 22 e il 23 settembre il Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea, convocato a Bruxelles, ha adottato ulteriori decisioni in merito all’emergenza immigrazione. Consapevoli dell’impossibilità di raggiungere l’unanimità, i leader politici europei hanno deciso di votare eccezionalmente a maggioranza qualificata, rendendo chiara ed evidente la spaccatura tra i Paesi pronti ad impegnarsi nel segno di una maggiore solidarietà e quelli invece restii ad assumersi le proprie responsabilità. È stato così approvato il piano presentato dalla Commissione Europea per il ricollocamento di 120 mila richiedenti asilo in evidente stato di bisogno di protezione internazionale.

Le divisioni in seno al Consiglio

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha parlato con soddisfazione degli accordi raggiunti: a suo dire, l’Europa si sta muovendo nella direzione indicata dall’Italia. Ma questo piano è davvero così risolutivo? Innanzitutto, occorre ribadire e prendere atto della posizione dei Paesi dell’Europa dell’Est, quali Romania, Slovacchia (che ha minacciato un ricorso alla Corte di Giustizia, anche se la sua posizione sembra isolata), Repubblica Ceca e Ungheria, che hanno votato un secco no al piano europeo.

Il piano di ricollocamento dei migranti

Così ai 120 mila migranti che dovevano essere distribuiti tra gli Stati membri, devono essere sottratti 54 mila, ossia la quota dell’Ungheria. Gli accordi prevedono che nei primi dodici mesi si avvii il ricollocamento di 66 mila persone già arrivate nei centri di accoglienza di Grecia e Italia. Nei successivi dodici mesi si procederà quindi al ricollocamento dei restanti 54 mila, che verranno destinati ad un Paese diverso dall’Ungheria, in base all’andamento dei flussi migratori, oppure tra Italia e Grecia.

Da un lato è stato quindi confermato, come gli ultimi avvenimenti avevano dimostrato, il fallimento del piano Juncker del maggio scorso sulle quote obbligatorie. Sono stati però approvati i criteri indicativi su cui avverrà tale ripartizione: popolazione (40%), PIL (40%), numero medio di domande di asilo per 1 milione di abitanti nel corso degli ultimi 5 anni (10%), tasso di disoccupazione (10%).

Dall’altro lato si deve però registrare anche la solidarietà e l’impegno di Paesi che pure avrebbero potuto non partecipare allo schema di ricollocamento. L’Irlanda ad esempio avrebbe potuto usufruire della clausola opt- out, ma ha annunciato di essere pronta, a differenza del Regno Unito, a partecipare ai trasferimenti, e anche la Danimarca ha dimostrato la sua disponibilità verso 10 mila rifugiati, come, in misure diverse, anche Svizzera e Norvegia.

Il piano rafforza anche la politica degli hotspots, ossia dei centri identificativi di accoglienza, per i quali sono stati stanziati nuovi finanziamenti. Il Consiglio ha anche mantenuto la c.d. clausola di salvaguardia che era stata proposta dalla Commissione, per la quale solo per giustificati motivi oggettivi, che dovranno essere vagliati dalla Commissione stessa, uno Stato membro può non prendere parte al meccanismo di trasferimento di emergenza per un massimo di due anni, ma con possibilità di proroga per dodici mesi.

Le prossime mosse

È stata anche ribadita la volontà di tenere in vigore gli accordi di Schengen e il regolamento di Dublino: tuttavia, entro marzo la Commissione presenterà tre proposte legislative per un sistema di immigrazione legale (con la concessione delle Blue Card), una riforma del meccanismo controverso di Dublino e un sistema permanente per la ricollocazione dei migranti per rafforzare il sistema di asilo comune europeo.

Proprio negli stessi giorni è stato presentato il nuovo rapporto OCSE sulle prospettive migratorie che segnala che la crisi migratoria è senza precedenti e durerà, ma che l’UE ha capacità ed esperienza per farvi fronte. Nel 2015 si potrebbe arrivare ad 1 milione di richieste d’asilo. Davanti a queste prospettive l’Unione Europea procede con accordi sempre in bilico tra assenso e dissenso politico, mostrando di sostenere una politica migratoria che vacilla, anche se è più forte rispetto a quella del passato. Le consapevolezze aumentano, ma non sempre vanno di pari passo con le assunzioni di responsabilità, almeno non per tutti i Paesi europei.

L' Autore - Elisabetta Sartor

Studentessa all’ultimo anno di giurisprudenza all’Università di Udine. Vorrei raccontare l’impegno europeo per una maggiore tutela dei diritti, soprattutto degli ultimi. Scrivere mi dona felicità, è un modo per conoscere se stessi e la realtà multiforme e imprevedibile che ci circonda.

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