lunedì , 19 febbraio 2018
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Il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker alla plenaria del Parlamento Europeo (Foto: EP 2014)

Il Parlamento Europeo conferma la fiducia alla Commissione Juncker

La mozione di censura nei confronti della Commissione Juncker, presentata da UKIP, Movimento 5 Stelle, Front National e Lega Nord, è stata bocciata a grande maggioranza dal Parlamento Europeo, con 461 voti contrari, 88 astensioni e solo 101 voti a favore. Jean-Claude Juncker e il suo esecutivo superano così la prima mozione di sfiducia della nuova legislatura, incrementando i voti a proprio favore all’interno dell’euro-parlamento. In occasione del voto del 22 ottobre, che aveva dato via libera al nuovo esecutivo comunitario, Juncker aveva infatti ricevuto l’appoggio di 422 MEPs.

Il voto che avrebbe potuto indebolire la Commissione Europea finisce così per rafforzarla, nonostante lo scandalo LuxLeaks e la difficile posizione politica personale del Presidente Juncker. La mozione respinta oggi dal Parlamento giudicava infatti “inaccettabile che il responsabile della realizzazione di potenti dispositivi d’evasione fiscale possa occupare la posizione di Presidente della Commissione”. Juncker veniva individuato come “direttamente responsabile” del sistema di tax rulings adottato in Lussemburgo.

I toni radicali del dibattito di lunedì non hanno giovato alla causa delle destre e della sinistra radicale, alleati nell’opposizione alla Commissione Juncker. Marine Le Pen era arrivata a paragonare il Presidente della Commissione ad Al Capone, al punto che lo stesso Juncker aveva quasi supplicato di interrompere le offese personali a suo carico. Nel suo intervento di replica agli eurodeputati, Juncker aveva riaffermato l’impegno del suo esecutivo a lavorare a nuove misure per ostacolare l’elusione fiscale. “La Commissione che ho l’onore di presiedere”, aveva dichiarato, “combatterà l’evasione e la frode fiscale, non dubitate delle mie parole”.

Nei giorni scorsi, i membri della Commissione Europea hanno lavorato alacremente a Strasburgo per serrare le fila della Grande Coalizione che li sostiene. Un tassello fondamentale è stata la presentazione, nella giornata di mercoledì, del “Piano Juncker” di 300 miliardi per gli investimenti infrastrutturali. La logica del piano, ma soprattutto la previsione dello scorporo dal calcolo del deficit degli investimenti pubblici realizzati attraverso il nuovo Fondo UE, ha convinto i Socialisti europei a confermare il proprio sostegno alla Commissione. Gli stessi Laburisti britannici, che a ottobre non avevano votato a favore di Juncker, hanno votato contro la mozione di censura.

I Liberali dell’ALDE, che la scorsa settimana avevano espresso dubbi sulla capacità della Commissione di continuare a lavorare con la nuvola di LuxLeaks sulla testa, hanno confermato il sostegno all’esecutivo comunitario, pur restando in attesa dei risultati dell’indagine sul “sistema-Lussemburgo” e il ruolo giocato dall’ex-premier Juncker. Il Partito Popolare Europeo, dal canto suo, non ha mai messo in discussione il proprio appoggio alla Commissione in carica e i Conservatori dell’ECR si sono astenuti in occasione del voto della mozione presentata dalle destre.

Quello di oggi è stato il nono voto del Parlamento Europeo su una mozione di censura della Commissione dal 1979. Solo una volta, nel 1999, gli eurodeputati decretarono la caduta di una Commissione Europea, quella del lussemburghese Jacques Santer, travolta da uno scandalo di corruzione. La situazione di oggi è diversa. Il voto a favore della Commissione e l’accoglienza molto positiva riservata al piano per gli investimenti strategici ridanno slancio politico a un esecutivo che, sullo scandalo LuxLeaks, sembrava già potersi arenare.

Al di là della vittoria di oggi, Juncker sa che tuttavia non è in Parlamento che la sua Commissione rischia di arenarsi, ma nel Consiglio. Gli Stati membri restano divisi proprio sulla politica economica. Alcuni – Italia e Francia in testa – vorrebbero più coraggio nel campo degli investimenti pubblici. Altri, guidati dalla Germania di Angela Merkel, continuano a difendere con i denti la linea rigorista più ortodossa. Juncker e la sua squadra cercano di camminare sul filo sottile dell’equilibrio e del compromesso. La situazione dell’economia europea e un disincanto diffuso nelle opinioni pubbliche nazionali potrebbero non permetterlo a lungo.

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