domenica , 25 febbraio 2018
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Manifestazione degli indipendentisti catalani a Barcellona (Foto: Wikicommons)

Il referendum catalano e la crisi dello Stato nazione europeo

La vicenda referendaria catalana, oltre alla dimensione politica, ha interessanti risvolti in ambito giuridico e della filosofia del diritto. La legittimità delle richieste di indipendenza può essere analizzata sia per quanto attiene al profilo prettamente “positivo” del diritto, sia per quello più filosofico, concernente la dottrina dello Stato.

Come spesso accade, una lettura superficiale della normativa condurrebbe a soluzioni semplici ed immediate: no, la Catalogna non può legittimamente proclamarsi Stato indipendente per il tramite di una semplice consultazione referendaria locale. Nonostante la Costituzione spagnola affermi che la sovranità nazionale risiede nel popolo spagnolo (art. 1.2), che è garantito il diritto “all’autonomia delle nazionalità e delle regioni che la compongono” (art. 2), ciò va coordinato con la previsione secondo cui “la Costituzione si fonda sull’unità indissolubile della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli” (art. 2).

Il richiamo ex art. 10 al rispetto delle norme internazionali concernenti il principio di autodeterminazione dei popoli (il riferimento è allo Statuto delle Nazioni Unite del 1945, al Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966 e all’Atto Finale di Helsinki adottato dall’OCSE nel 1975) si ritiene generalmente rispettato dal peculiare sistema spagnolo di autonomie “a più velocità”. Le competenze esclusive accordate alle regioni dalla carta costituzionale possono essere infatti incrementate con negoziazioni individuali e ad hoc tra il governo centrale e le autorità regionali.  Fin qui il dato puramente normativo.

Ma una risposta meramente giuridica può bastare di fronte ad un fenomeno dove trovano spazio pulsioni autonomistiche, legate ad un sentirsi parte (di fatto) di una comunità e allo stesso tempo estranei a quella in cui si è (per legge) inseriti? Lasciare alla sola lettera della legge il compito di risolvere questioni di così marcato stampo politico sarebbe un errore. Lo sarebbe anche ignorare un conflitto interno alla società che, privo di strumenti che ne incanalino le forze in un dialogo costruttivo, potrebbe risolversi in un grave fattore di disgregazione. Similmente al referendum catalano, si possono evidenziare una serie di casi affini e decisamente sintomatici di un sentire comune: il caso basco, quello scozzese, il caso irlandese e anche quello di varie regioni italiane (Veneto, Alto Adige, Sicilia, Sardegna).

Da una superficiale analisi delle cause di queste pulsioni emerge che all’interno della “regione Europa” – a sua volta un attore inserito nel contesto del regionalismo globale – trova espressione la disgregazione delle realtà statuali, sotto la duplice pressione della devoluzione di sovranità all’UE e dell’attribuzione di competenze alle autonomie locali.

Sembra infatti che lo Stato nazionale, nato come aggregazione di particolarità territoriali in risposta alla minaccia militare di entità più grandi, non abbia più la propria ragion d’essere nel contesto europeo. Resistono solo quegli Stati storicamente dotati di un forte sentimento unitario (per esempio la Francia) o quelli in cui le territorialità hanno un peso decisionale tanto forte da scoraggiare ulteriore pretese indipendentiste (come la federale Germania). L’unico freno alla deriva autonomistica europea sembra essere oggi il timore di perdere, con l’ottenimento dell’indipendenza, il proprio status di membri dell’UE: la “minaccia” economica e civile, sostituisce quindi quella militare.

Il cittadino europeo è ormai generalmente disaffezionato allo Stato. Troppo distante dalla sfera quotidiana dell’individuo, l’autorità statale non risponde neanche più alla necessità delle persone di riconoscersi in una comunità. Si tende perciò alla costituzione di realtà territoriali, sociali, politiche e giuridiche più limitate, ma capaci di dialogare direttamente con un ente sovranazionale, l’Unione Europea, che a sua volta comunichi le istanze comuni in un contesto globale.

L’individualismo universalistico del cittadino europeo trova difficoltà ad esplicarsi a causa della costruzione multi-livellare delle istituzioni in Europa. Sull’altare della semplificazione verrebbe sacrificato lo Stato, ritenuto ormai filtro superfluo per la rappresentanza di interessi. Lo spartiacque tra l’UE come unione di Stati e Stato federale pare più prossimo che mai.

L' Autore - Filippo Balducci

Laureando al V anno del corso magistrale in Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Torino. Mi sto specializzando in diritto penale sostanziale e processuale comparato, nonché nella cooperazione giudiziaria internazionale. Il mio campo di ricerca include anche il diritto comunitario e la filosofia giuridica. Scrivo per l'area Giustizia e Affari Interni.

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